Ricordo che per
molti mesi dopo aver letto "Il giovane Holden", all'età
di diciassette anni, andavo in giro convinto di essere Holden
Caulfield. Mi portavo il libro dovunque come una sorta di talismano.
Mi sembrava più buffo, più patetico, più giusto su come andavano
le cose di qualunque altro libro avessi mai letto. Convincevo i miei
possibili amici, le ragazze soprattutto, a leggerlo come un test: se
non lo amavano, se non ci "entravano", li depennavo. Se
invece ci riuscivano, allora mi pareva di aver creato una specie di
istituzione: ecco qualcuno con cui avrei potuto "parlare
veramente".
Ian Hamilton, Alla ricerca di Salinger
Lo so. E' facile dire bene
di questo libro adesso che lo fanno tutti, anche
coloro che forse non ne sono del tutto convinti.
Ma la mia scoperta di questo romanzo e di J.D.
Salinger risale ad un'epoca più remota,
prebaricchiana (Alessandro Baricco ha avuto il merito
di "sdoganare" Salinger in Italia, di
consacrarne la fama, ndr), un'epoca non sospetta,
quando nessuna delle pagine culturali dei più
importanti quotidiani e dei settimanali a la page
("Gli Espressi", i "Panorami",
"Gli Europei", che tra l'altro ho sempre
letto avidamente) si ricordava dello schivo e
talentuoso scrittore americano.
Ne sentii parlare per caso in una trasmissione
televisiva pomeridiana, era d'estate, quei dibattiti
televisivi da mille spettatori, annoiati, sudati,
distratti.
Inoltre chi ne parlava non ne raccontava meraviglie.
Eppure è bastata una frase, un riferimento e il nome
di quello scrittore statunitense in odore di eresia
mi colpì e la materia dei suoi libri seppure
brevemente accennata, i temi della sua narrativa,
evocati soltanto di sfuggita ossessionarono la mia
curiosità.
Per soddisfare la mia voglia improvvisa, spesi
volentieri le dodicimila pattuite dalla Einaudi come
prezzo e comprai proprio The Catcher in the Rye,
che allora, certo, non andava a ruba. Quella copia la
conservo ancora, con quella copertina essenziale,
rappresentata da un semplice rettangolo bianco.
Ne rimasi folgorato.
Quello scrittore mi conosceva, parlava di me.
Pur con qualche differenza biografica, Holden
Caulfield ero io; i suoi pensieri, i suoi sentimenti
mi appartenevano; l'adolescenza, la gioventù, la
vita erano proprio quelle prospettate da Salinger nel
suo romanzo.
Al di là del linguaggio e dello stile di Salinger,
oggetto ormai di venerazione per le nuove generazioni
di scrittori, il successo del libro è proprio dovuto
alla seduzione esercitata sul lettore dal personaggio
del giovane ebreo bianco newyorkese Caulfield,
particolarmente riuscito.
Penso peraltro sia difficile per qualsiasi persona
dotata di bastevoli intelligenza e sensibilità non
trovare punti di contatto con le esperienze del
protagonista, con la sua percezione dell'insensatezza
della scuola e del mondo adulto, il mistero vagamente
inquietante rappresentato dal sesso e dall'universo
femminile, l'ipocrisia e la falsità dei rapporti
sociali.
L'autenticità di ciascuno di noi è, per Salinger,
diversa dalla maschera sociale che indossiamo; le
istituzioni mortificano il nucleo più vitale di noi
stessi; la convenzionalità ci uccide. La menzogna
infiltra la morale delle classi medie. La malattia
può essere allora la sola difesa dall'aggressione
dell'insipida violenza del mondo esterno. E l'ironia.
E la ribellione.
Un romanzo di formazione. Un'opera con valenze
terapeutiche, adatta ad anime sensibili e sofferenti
e riflessive.
Come lo è spesso l'anima dei più vivi tra noi,
specialmente in quel turbinoso e periglioso passaggio
che è l'adolescenza.
Se esiste un libro della vita, il mio libro è
questo.
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I
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