Jerome D. Salinger, Il giovane Holden, Einaudi, 1985

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Ricordo che per molti mesi dopo aver letto "Il giovane Holden", all'età di diciassette anni, andavo in giro convinto di essere Holden Caulfield. Mi portavo il libro dovunque come una sorta di talismano. Mi sembrava più buffo, più patetico, più giusto su come andavano le cose di qualunque altro libro avessi mai letto. Convincevo i miei possibili amici, le ragazze soprattutto, a leggerlo come un test: se non lo amavano, se non ci "entravano", li depennavo. Se invece ci riuscivano, allora mi pareva di aver creato una specie di istituzione: ecco qualcuno con cui avrei potuto "parlare veramente".
Ian Hamilton, Alla ricerca di Salinger

Lo so. E' facile dire bene di questo libro adesso che lo fanno tutti, anche coloro che forse non ne sono del tutto convinti.

Ma la mia scoperta di questo romanzo e di J.D. Salinger risale ad un'epoca più remota, prebaricchiana (Alessandro Baricco ha avuto il merito di "sdoganare" Salinger in Italia, di consacrarne la fama, ndr), un'epoca non sospetta, quando nessuna delle pagine culturali dei più importanti quotidiani e dei settimanali a la page ("Gli Espressi", i "Panorami", "Gli Europei", che tra l'altro ho sempre letto avidamente) si ricordava dello schivo e talentuoso scrittore americano.

Ne sentii parlare per caso in una trasmissione televisiva pomeridiana, era d'estate, quei dibattiti televisivi da mille spettatori, annoiati, sudati, distratti.
Inoltre chi ne parlava non ne raccontava meraviglie. Eppure è bastata una frase, un riferimento e il nome di quello scrittore statunitense in odore di eresia mi colpì e la materia dei suoi libri seppure brevemente accennata, i temi della sua narrativa, evocati soltanto di sfuggita ossessionarono la mia curiosità.

Per soddisfare la mia voglia improvvisa, spesi volentieri le dodicimila pattuite dalla Einaudi come prezzo e comprai proprio The Catcher in the Rye, che allora, certo, non andava a ruba. Quella copia la conservo ancora, con quella copertina essenziale, rappresentata da un semplice rettangolo bianco.
Ne rimasi folgorato.
Quello scrittore mi conosceva, parlava di me.
Pur con qualche differenza biografica, Holden Caulfield ero io; i suoi pensieri, i suoi sentimenti mi appartenevano; l'adolescenza, la gioventù, la vita erano proprio quelle prospettate da Salinger nel suo romanzo.

Al di là del linguaggio e dello stile di Salinger, oggetto ormai di venerazione per le nuove generazioni di scrittori, il successo del libro è proprio dovuto alla seduzione esercitata sul lettore dal personaggio del giovane ebreo bianco newyorkese Caulfield, particolarmente riuscito.

Penso peraltro sia difficile per qualsiasi persona dotata di bastevoli intelligenza e sensibilità non trovare punti di contatto con le esperienze del protagonista, con la sua percezione dell'insensatezza della scuola e del mondo adulto, il mistero vagamente inquietante rappresentato dal sesso e dall'universo femminile, l'ipocrisia e la falsità dei rapporti sociali.
L'autenticità di ciascuno di noi è, per Salinger, diversa dalla maschera sociale che indossiamo; le istituzioni mortificano il nucleo più vitale di noi stessi; la convenzionalità ci uccide. La menzogna infiltra la morale delle classi medie. La malattia può essere allora la sola difesa dall'aggressione dell'insipida violenza del mondo esterno. E l'ironia. E la ribellione.

Un romanzo di formazione. Un'opera con valenze terapeutiche, adatta ad anime sensibili e sofferenti e riflessive.
Come lo è spesso l'anima dei più vivi tra noi, specialmente in quel turbinoso e periglioso passaggio che è l'adolescenza.
Se esiste un libro della vita, il mio libro è questo.

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