A mio modo di vedere, la maniera corretta di
accostarsi a Freud č quella di considerarlo uno
scrittore, leggere i suoi casi clinici come fossero
fiction. Apprezzare la chiarezza e l'eleganza dello
stile, la solida preparazione letteraria, la
capacitŕ di ragionare, di formulare congetture, di
rivedere le proprie costruzioni interpretative alla
luce di fatti nuovi. Senza nutrire nei suoi confronti
timori reverenziali e senza prendere per oro colato
le sue teorie pseudoscientifiche.
Il saggio di Grünbaum
costituisce un contravveleno alla fascinazione un po'
dogmatica del medico viennese, e demolisce le pretese
scientifiche del metodo freudiano.
Il Novecento č
stato un secolo agitato, totalitario. Sul finire del
secolo c'č stata una resipiscenza e sembrano essere
crollati tutti gli idoli. Sono stati abbattuti i
busti di Marx, di Lenin, mentre Freud continua a
rimanere intangibile. Ecco, quello che mi fa
rabbia č la totale, acritica, conformista sudditanza
ideologica di tanti intellettuali nei confronti del
viennese. Credo, invece, che verso la psicanalisi sia
prudente mantenere un atteggiamento critico, del tipo
di quello manifestato, oltre che da Kraus, da
Schnitzler, Kafka, Jaspers, Koestler, Nabokov, i
primi nomi che mi vengono in mente.
Grünbaum,
scienziato e psicanalista, quindi esperto a tutto
tondo, nel suo libro dimostra, minuziosamente, come
la teoria e la pratica freudiane non riescano a
soddisfare gli esigenti criteri del paradigma
scientifico.
Afferma categoricamente Grünbaum: "Sosterrň
che tutte le argomentazioni cliniche addotte da Freud
a suffragio della sua centrale teoria della rimozione
devono essere considerate fondamentalmente carenti".
A ben vedere si tratta di un aggiornamento di quanto
giŕ sostenuto da un filosofo della scienza come
Popper e da un eminente psicologo come Eysenck, ma
una voce autorevole in piů, di un eminente e serio
studioso, non puň che giovare alle nostre facoltŕ
critiche.