La vita
Nasce a Roma il 7 settembre 1791. Rimasto orfano giovanissimo, per
vivere è costretto a cercarsi svariati impieghi. Nel 1816 sposa Maria
Conti, vedova del conte Pichi e con il matrimonio raggiunge la
sicurezza economica. Viaggia a Napoli, Firenze, Milano; scrive i primi
componimenti in dialetto. Lavora per anni alla stesura dei suoi
sonetti, che, nel proprio testamento, chiede vengano dati alle fiamme.
Nel 1852 viene nominato censore teatrale, attività che lo vede
fiutare dovunque pericoli per la morale e la fede. Muore a Roma il 21
dicembre del 1863, dopo una vecchiaia solitaria e scontrosa. Ebbe,
quali estimatori, scrittori del valore di Gogol' e Sainte-Beuve.
I Sonetti
Belli non era favorevole alle innovazioni; anzi, con gli anni
divenne un conservatore insofferente del romanticismo e dei moti
risorgimentali. Il suo scopo era costruire "un monumento di
quello che oggi è la plebe di Roma". Il poeta ritrae il
popolo qual è, un popolo non detentore di verità o di virtù; anzi,
un'umanità di livello inferiore, che però possiede la virtù, trascurata
dalle classi superiori, della "verità sfacciata".
Il Belli si assume nei Sonetti la parte del popolano, ora
inducendo la plebe stessa a raccontare e descrivere, ora raccontando e
descrivendo lui, ma come quella racconterebbe e descriverebbe,
con gli occhi, l'animo e la lingua di lei. I Sonetti mostrano
il mondo romano nella sua putrefazione morale e sociale, donandoci uno
dei quadri più energici e aspri che si siano mai tracciati di una
società. Il mezzo espressivo della plebe romana è ovviamente il
dialetto.
La poesia del Belli è pervasa dal senso della morte. Un'ambiguità di
fondo attraversa il Belli uomo e letterato: da un lato, nella sua
opera, polemizza e denuncia, dall'altro ha un atteggiamento e di
ossequio al potere.
La morte co la coda
Vi è in questo sonetto, il senso onnipresente e macabro della
morte e dell'aldilà. Belli sembra riallacciarsi a temi e motivi della
letteratura barocca e allo spirito controriformistico. La vita è una
faccenda fastidiosa, che termina con una miseria ancora maggiore: la
morte; e la morte non è soltanto un momento, bensì l'inizio di
un'eternità implacabile.
Li morti de Roma
I morti di Roma si possono suddividere in tre classi: i morti di
media condizione, che vengono sepolti di pomeriggio e il cui funerale
ha una parvenza di onoranza funebre; i morti dell'alta società, che
pretendono un mortorio nelle prime ore della notte, con consumo di
torce e concorso solenne; infine, i morti del popolo, i disgraziati
che, tenuti in nessun conto, vengono gettati nel mucchio durante le
ore del mattino.
In questo sonetto, la fantasia funeraria del poeta trapassa nella
polemica egualitaria.
La riliggione del nostro tempo
Ambientata nell'ambiente godereccio e festaiolo della Roma
ottocentesca, è una polemica contro gli aspetti più esteriori e
convenzionali della religione, in cui spesso la forma prende il posto
della sostanza.
E cciò li tistimoni
Un popolano è convinto di aver assistito ad un momento segreto
della vita del papa, ad una drammatica discussione del papa, avvenuto
proprio durante il passaggio del cocchio papale in mezzo alla folla
festosa. Essendone ancora esaltato, sente la necessità di far
partecipe agli altri il brandello di storia che ha vissuto.
La bbona famijja
Protagonista è la plebe romana, con le miserie, gli stenti e le
pene collegate all'umile condizione.
Bibliografia
Petronio G. L'attività letteraria in Italia, 1970,
Palumbo
Cudini P., Conrieri D. Manuale non scolastico di letteratura
italiana. 1992, Milano, Rizzoli