Farinata, che Dante incontra sullo sfondo della
rosseggiante città di Dite, è, a mio giudizio, il
personaggio più interessante fra quanti incontrati
sinora nello studio della Divina Commedia.
Fiero e superbo ("el s'ergea col
petto e con la fronte/ come avesse l'inferno in gran dispitto") e, nel medesimo tempo,
leale e
coraggioso, suscita direttamente nell'animo di Dante
e nel lettore stesso, sentimenti di ammirazione e di
profondo rispetto.
Tratteggiando questa figura con la consueta
abilità, Dante ne ha voluto mettere in rilievo
soprattutto la grandezza statuaria, valendosi, come
del resto nella descrizione morale del suo
personaggio, quasi esclusivamente di termini fisici.
"Vedi là Farinata che s'è dritto: dalla
cintola in su tutto il vedrai", dice infatti
Virgilio a Dante e già da questi versi appaiono
evidenti ad un lettore attento la grandezza fisica e
statuaria di Farinata.
A questo proposito va ricordato il commento che al
canto fece il De Sanctis, il quale vide nel
personaggio di Farinata non tanto il peccatore,
l'eretico, quanto l'uomo sorgere "per la prima
volta nel moderno orizzonte poetico".
Farinata è dunque un uomo e come tale animato da
forti passioni, che nel suo caso sono di natura
politica. Potente capo ghibellino di Firenze, egli fu
ripetutamente avversario della parte politica di Dante durante le
sanguinose lotte, delle quali fu teatro la città
toscana nel tredicesimo secolo.
Facilmente comprensibile è perciò il tono del
colloquio, fra il poeta e il ghibellino, ispirato
alla durezza e alla drammaticità, caratteri questi
che si manifestano principalmente nella prima parte
del canto.
Al di là tuttavia dell'odio fra fazioni avverse,
al di sopra dello spirito di parte, un medesimo
ideale li accomuna: il profondo, sincero amore per la
Patria; ed è in ragione di ciò che Dante sosta
riverente dinnanzi al suo avversario politico, è per
questo che egli fa splendere al di sopra di tutto la
dignitosa grandezza di Farinata.
Del resto non si tratta della sola analogia che
unisce la figura del ghibellino a quella di Dante: la
tristezza, l'angoscia, l'umiliazione dell'esilio
vengono conosciute da entrambi e per entrambi questa
infausta tappa della personale esistenza causa un
dramma che è familiare ancor prima che politico.
Tutto ciò va a convalidare la tesi di numerosi
critici, tesi che io stesso condivido, secondo la
quale Dante tende quasi ad identificarsi con
Farinata, a "riconoscersi nel destino di
lui", come dice il Petrocchi.
Tutto l'episodio, a mio modesto giudizio, continua e
completa il discorso di carattere politico già
aperto nel sesto canto e delinea in modo netto la
figura di Dante cittadino, impegnato responsabilmente
nella vita politica della propria città.
Un'altra figura che Dante incontra fra gli epicurei e che interrompe
momentaneamente il suo dialogo con Farinata, sorgendo dallo stesso
sarcofago, è Cavalcante, parente e coetaneo di Farinata nonché padre del poeta Guido Cavalcanti, amico in gioventù di Dante, al
quale lo accomunano le delicate liriche stilnoviste.
Cavalcante si rammarica di non vedere il figlio in compagnia del
pellegrino e gli chiede, con apprensione, se egli ancora viva.
Vedendo Dante perplesso, l'uomo si lascia cadere disperato.
Cavalcante e Farinata hanno temperamenti diversi, ben mostrati da
Dante; tuttavia entrambi sembrano partecipare con passione ai casi
della vita terrena e sembrano non preoccuparsi della pena a cui sono
condannati come peccatori.
Il canto X è uno dei più mirabili dell'intero poema. In esso,
come hanno dimostrato autorevoli commentatori, per esempio l'Auerbach,
Dante introduce magistralmente novità linguistiche e stilistiche,
che influenzeranno profondamente le opere letterarie successive alla
sua.