Nonostante il progresso
scientifico e tecnologico, una grave piaga affligge
ancora il mondo: quella della fame. Dallo Zambia al
Madagascar, dallo Zimbawe alla Somalia, al Malawi, paesi
che a malapena sapremo indicare sulla carta geografica,
milioni di persone sono affamate e 24 mila, dicono le
statistiche, muoiono, ogni giorno, a causa della
sottoalimentazione.
La globalizzazione dell'economia, così foriera di
trasformazioni migliorative anche per i paesi poveri, non
ha ridotto il fenomeno, anzi, secondo molti, l'ha acuito.
Un esempio
dei possibili effetti perversi della globalizzazione ce l'ha fornito
la cronaca recente: l'aumento del prezzo del petrolio ha
causato il ricorso sempre più massiccio, da parte dei paesi
importatori, a fonti energetiche alternative, come i biocarburanti
ricavati dal mais e dalla soia. Questa ed altre cause in apparenza eterogenee,
come l'aumento del consumo di carne in Cina e la bolla dei mutui subprime
statunitensi, hanno provocato squilibri e turbolenze nei mercati
globalizzati con annesse speculazioni in Borsa, che hanno
contribuito a determinare un forte rincaro dei prezzi del riso e
degli altri cereali. Una serie di complesse reazioni a catena,
tipiche di un mercato sempre più globale, ha così prodotto
carestie e malnutrizione in alcune regioni dell'India, in Egitto e
persino in Argentina. Lo spettro della fame, indotto dall'aumento
dei prezzi delle derrate alimentari, oggi sembra ormai lambire,
secondo il parere di attendibili esperti, persino alcune fasce
sociali dei Paesi abbienti.
Sulle
cause della fame nel mondo si possono formulare varie
ipotesi.
La prima, che definirei "terzomondista",
considera la fame delle popolazioni del Terzo Mondo, 982 milioni di
persone che vivono con un dollaro al giorno o meno, come l'effetto dello sfruttamento economico esercitato
dall'opulento Occidente, come uno squilibrio prodotto da
un'economia disordinata e violenta quale quella
capitalista.
Altri vedono nella fame l'esito della sconfitta di quella
parte del mondo, che non ha voluto o non ha saputo
adeguarsi al rigoglioso sviluppo delle società
contemporanee, che ha segnato il passo al cospetto
dell'espansione industriale e tecnologica propria delle
economie più dinamiche.
Autorevoli commentatori rilevano, invece,
nell'insostenibile incremento demografico delle
popolazioni dei paesi più arretrati economicamente la
causa principale del loro deficit alimentare.
Costoro riportano in auge la vecchia teoria e i vecchi
incubi di Malthus: le risorse alimentari del pianeta sono
insufficienti perché, mentre la produzione conosce una
progressione aritmetica, la popolazione aumenta in modo
geometrico.
Personalmente, ritengo sia un probabile errore
ritenere responsabile del problema unicamente l'uomo
bianco, il capitalismo, il colonialismo, le
multinazionali, la mondializzazione; l'esperienza mi
porta a sospettare che a volte persino la vittima non sia
del tutto innocente, che potrebbe essere invece, almeno
in parte e in qualche occasione, responsabile della
propria condizione.
Sappiamo infatti che in molti paesi sottosviluppati
prosperano la corruzione, i pregiudizi, l'analfabetismo,
le guerre tribali, oppure, semplicemente, modelli
culturali non adattativi, inidonei a tener testa ai
cambiamenti del mondo contemporaneo.
Detto questo, corre l'obbligo imprescindibile a tutto
il mondo "ricco" di aiutare chi è in
difficoltà. Il soccorso ai più deboli, la solidarietà,
la riduzione delle disuguaglianze sono valori intrinseci
alla migliore tradizione occidentale.
L'aiuto fornito ai dannati della terra deve essere
tangibile, concreto e non soltanto espresso da parole,
buoni propositi o discorsi retorici.
Per esempio, inviando generi alimentari per superare le
emergenze, sostenendo lo sviluppo economico dei paesi
poveri, modernizzandone l'economia e, in primo luogo,
l'agricoltura; esportando conoscenze e tecnologie,
battendo l'ignoranza, migliorando le condizioni igieniche
e sanitarie, la cui precarietà oggi favorisce lo
sviluppo di terribili epidemie.
E poi cancellando il debito dei paesi maggiormente in
difficoltà, rimovendo il protezionismo che ne penalizza
le esportazioni, incentivando il controllo delle nascite, rimovendo gli ostacoli di natura culturale e religiosa.
Contrastare i regimi politici corrotti e autoritari,
combattere le mafie locali sarebbero altre strade
praticabili, altri provvedimenti opportuni ed efficaci.
Non avere pregiudiziali e ricorrere, almeno in caso di
necessità, ai cosiddetti alimenti geneticamente
modificati.
La questione della fame riguarda da vicino noi del
Nord del pianeta. E' un problema urgente, la cui
soluzione non può essere dilazionata se si vuole
fronteggiare stabilmente l'immigrazione incontrollata,
clandestina, quasi minacciosa di torme di affamati; se si
vuole sperare di battere definitivamente il terrorismo
internazionale che dei problemi dei poveri dice di essere
paladino.
Ma soprattutto, vedere, nell'altro che soffre, se stessi,
è un'esigenza morale cui l'uomo moderno non riesce
ancora facilmente e fortunatamente a sottrarsi.