Cesare Garboli, Falbalas, Garzanti, 1990

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copertinaIl titolo, Falbalas, l'ho tolto a un film poco noto di Becker (l'autore di "Casque d'or") girato nel 1945. Ho pensato che potesse adattarsi a una raccolta di scritti letterari appassionati e casuali come quelle foto che saltano fuori frugando tra vecchie carte. A dare unità a queste pagine è solo il Tempo, tenuto fermo su certe immagini: il volto di un amico, la leggenda di Longhi, il rovello intellettuale di Calvino, quello viscerale della Morante, i fantasmi di Macchia, il genio di Petrolini, le idee coatte di Testori, l'oscurità e la chiarezza di Fortini, la vita di Parise, la poesia di Montale, Bertolucci, Sereni, Raboni, ecc. ecc. Nel suo viaggio per l'effimero, il tempo incontra, di tanto in tanto, degli ostacoli, fa delle piccole grinze, e ciascuna di queste grinze è uno degli articoli (per me che li ho scritti) di "Falbalas"

Immagini del Novecento è il sottotitolo del libro, in cui Garboli conversa amabilmente col lettore su vari argomenti: quadri, libri, teatro, cinema, scrittori, artisti, incontri, persino fumetti e pornografia, ricorrendo ad una scrittura piacevole, elegante e letteraria, la cifra stilistica inconfondibile di un critico contemporaneo che è anche eccellente scrittore.

Spesso una frase, un'osservazione si fissano nella testa del lettore con la potenza di una definizione.
E così Garboli ci presenta De Chirico e le sue architetture metafisiche con tutta la loro noia pomeridiana; Cassola è il narratore del non-essere; Rembrandt è il pittore di una religione della vita, di un'Olanda ricca di sensibilità e veemenza, di voglia di vivere e di arricchirsi. 
Di una tela di Courbet, Garboli dice: Dei corpi si sente l'odore della pelle, il sudore.

Montale è il poeta il cui magistero è insegnarci che la nostra vita è quantistica, intermittente, discontinua tra l'essere e il non essere, oltre che il creatore di un prodigioso e sistematico universo di simboli.
Di Giangiacomo Feltrinelli apprendiamo che era un capo vulnerabile, timidissimo, sospettoso.
Beckett sogna di non essere e quindi di denunciare la sciocca affettività dei nostri comportamenti umani. La poesia di Attilio Bertolucci è di un realismo agreste.
Giovanni Macchia è un eccentrico scienziato della cultura, la cui intelligenza vive di eccitazione, di un'animazione febbrile e ansiosa, e ha agio nell'incertezza, nell'indecisione, nell'esitazione.
Con Eduardo De Filippo si celebra il paradosso della vocazione del grande attore: è morto e sopravvive ogni sera sotto le luci che lo inquadrano.

Molti altri protagonisti del Novecento vengono ritratti e colti nella loro essenza.
Indimenticabile poi la narrazione dei dopocena viareggini quando, a tarda notte, Mario Tobino, in libera uscita dal manicomio, di cui è il direttore, si esibisce in una riuscitissima imitazione di Petrolini, fra gli sguardi allibiti dei camerieri.

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