È cosa risaputa che esistere
non è quasi mai una faccenda comoda. Il fatto stesso di essere venuti
al mondo comporta una serie di effetti collaterali fastidiosi:
contrattempi, disavventure, malattie mettono l'individuo in
continuo affanno. Forse la peculiarità più nobile dell'essere umano è proprio
quella di trovare, in mezzo agli ostacoli e ai disagi, un significato
alla propria esistenza, di vivere comunque, pur in mezzo alle incertezze
e alla precarietà, dei giorni felici.
Tra le difficoltà più severe che accompagnano l'umano esistere c'è la
disabilità. L'incapacità, cioè, di svolgere alcune funzioni in modi
che la gente considera normali. Una malattia, ereditaria o congenita, un
trauma, una patologia degenerativa, possono causare in una persona tali
difficoltà.
Molti giovani, per esempio, possono subire, nel corso di incidenti
stradali, traumi tali da costringerli sulla sedia a rotelle per il resto
della loro vita; molte persone ancora attive possono cadere vittima di
malattie neurologiche che ne limitano la mobilità o le facoltà
cognitive; la vecchiaia può accompagnarsi alla diminuzione, anche
grave, della vista e dell'udito, nonché a tutta una serie di altre
appariscenti limitazioni che impediscono all'anziano di condurre una
vita autosufficiente.
L'atteggiamento della gente comune nei confronti della disabilità e
delle persone portatrici di handicap, è il più delle volte improntato
a una pietà inferiorizzante e a un compatimento quasi offensivo.
Chi ha qualche menomazione, invece, ha la stessa dignità umana dei
cosiddetti normali e ha diritto al massimo rispetto e considerazione.
Anzi, succede spesso che sia propria la persona con handicap a
sviluppare un'umanità più ricca, una consapevolezza di sé e del mondo
circostante più profonda, un atteggiamento verso la vita più giusto ed
equilibrato.
Io appartengo a quella categoria di persone che ritiene la sofferenza
non soltanto un'insensatezza, un fastidioso e ingiusto ostacolo alla
realizzazione dei nostri obiettivi vitali, una vergogna da negare e nascondere
alla vista nostra e degli altri. Certo, la sofferenza forse è
molto di tutto questo, ma è sicuramente anche di più. È un pungolo, una spina nella
carne, che induce noi e gli altri a interrogarci sul significato dell'esistere.
Jorge
Luis Borges sosteneva che le cose ci sono date affinché noi le
trasformiamo. In qualcosa dotato di un senso, in qualcosa di
prezioso. Lui fu cieco per anni, ma questo non gli impedì, anzi gli
permise, di diventare uno dei massimi scrittori del Novecento. Proprio
perché cieco, affinò tutta una serie di qualità e percezioni che lo
resero uno scrittore eccezionale e originale.
E non si tratta di un caso isolato: artisti, divi dello spettacolo,
scienziati, politici, imprenditori hanno convissuto e convivono con
menomazioni che non impediscono loro di essere produttivi.
Va detto
che la nostra società, purtroppo, non favorisce l'integrazione dei
disabili. Pregiudizi, limitazioni strutturali, barriere
architettoniche impediscono ancora a troppi disabili un'esistenza che
sarebbe altrimenti soddisfacente.
Si impedisce loro di guadagnarsi da vivere col frutto delle loro
competenze. Si limitano la loro mobilità e visibilità.
Le barriere
più tenaci, le catene più forti sono naturalmente quelle di
carattere psicologico e mentale. Un disabile, foss'anche quello con
deficit cognitivi, è un essere umano, un nostro fratello, con cui
condividiamo lo stesso destino. Molti disabili sono in grado di dare
agli altri moltissimo, non soltanto in termini di competenza
professionale, di efficienza produttiva, ma di umanità, di
genuinità, di calore umano.
Forse sarebbe il caso se ne
ricordassero i nostri rappresentanti politici quando ogni anno varano
le loro leggi finanziarie: maggiori fondi per le pensioni ai disabili,
per il loro accesso al lavoro, per il loro trattamento sanitario e
riabilitativo, per abitazioni accessibili e confortevoli non
rappresentano soltanto un costo, una voce negativa del bilancio
statale, ma il necessario contributo allo sviluppo di una società
migliore, più democratica e solidale.