Gianni Del Rio, Stress e lavoro nei servizi, NIS, 1990

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In epoca di certificazioni di qualità e accreditamenti di strutture sanitarie, burnout è un vocabolo chiave che potrebbe indicare un utile parametro per discriminare fra servizi di qualità e servizi più scadenti.

Il volume di Gianni Del Rio analizza questo fenomeno definibile grossolanamente come lo stress emotivo cronico collegato al lavoro di chi si occupa in maniera diretta e continuativa di un'utenza fortemente disagiata.

L'autore non tace sulle difficoltà di definizione univoca e sulla complessità del fenomeno, che riconosce come cause fattori individuali, ma anche fattori ambientali. Anzi, le ricerche più aggiornate riconoscono in questi ultimi i fattori decisivi.

Lo studio di Del Rio, ben documentato (11 capitoli per 161 pagine) e completo, passa in rassegna la sintomatologia, le componenti del burnout, le misure di prevenzione e di intervento; Sintomi, cause e rimedi del burnout recita, con eloquenza, il sottotitolo.
Il volume fu pubblicato nel 1990, ma il concetto di burnout risale al 1974.

Spiace rilevare come in questo campo poco si sia fatto di concreto per migliorare la situazione degli operatori e che sindacati ed associazioni tendano scarsamente a farsi carico di questo problema, particolarmente diffuso tra gli infermieri.
Eppure, interventi efficaci dovrebbero essere attuati proprio nell'interesse dei cittadini. "Se, - come scrive Del Rio-, il danno diretto del burnout sull'operatore risulta immediatamente evidente, è altrettanto chiaro che gravi sono le ripercussioni a livello della qualità delle prestazioni e dell'efficienza dei servizi".

Interessante mi sembra poi l'esame dei rimedi proposti nel libro oggetto di recensione. Li indico così, in ordine sparso, spesso contributo di autori diversi:
- disponibilità dei dirigenti a farsi carico del problema;
- rimozione delle persone inadatte (però non necessariamente il loro allontanamento dall'organizzazione);
- sviluppo dello staff, e quindi: definizione di programmi e obiettivi; crescente consapevolezza del pericolo del burnout e della possibilità di fronteggiarlo;
- intervento sull'organizzazione del lavoro e specificatamente su ruoli, orari, carichi di lavoro e sviluppi di carriera;
- funzione di gestione: formazione adeguata e controllo di dirigenti e supervisor, specialmente in quanto emettitori di ruolo;
- gestione del conflitto organizzativo e dei processi decisionali con la creazione di strutture formali ad hoc e un allargamento della partecipazione;
- definizione dei modelli di gestione con particolare cura di obiettivi, formazione, ricerca e partecipazione della comunità sociale;
- mantenimento del carico di lavoro entro livelli accettabili attraverso la definizione di obiettivi realistici in termini qualitativi e quantitativi;
- non fare ricorso a minacce, coercizioni e misure punitive nell'ambito del servizio;
- processi decisionali partecipati;
- libertà dell'operatore di lavorare secondo il suo stile, nell'ambito della prescrizione indicata dall'organizzazione e dai bisogni dell'utente;
- le strutture organizzative devono essere rese abbastanza flessibili da adattarsi all'individuo, anziché adattarsi l'individuo all'organizzazione.

Mi preme sottolineare altri due concetti, esposti nel libro e strettamente legati al concetto di burnout: quello di turnover e quello di clima organizzativo.
E un'idea: essendo turnover e clima organizzativo dimensioni ormai misurabili, perché nelle strutture sanitarie non vengono utilizzate per individuare situazioni critiche, di particolare disagio?

Concludo citando una ricerca recentissima sul burnout apparsa su una rivista non sospettabile certamente di partigianeria verso gli operatori del Servizio Sanitario Nazionale. Una ricerca che stimava elevatissimo il burnout tra gli infermieri.
Ecco, dunque, il parere tecnico, attendibile di un esperto, di uno psichiatra:
""Pesare" in modo scientifico, il lavoro nelle strutture sanitarie comporta anche un salto di qualità nelle "culture di governo", affinché acquisiscano in modo consapevole la soggettività umana come elemento centrale ineludibile (...)
Se il modello teorico e l'impianto gestionale che a lui si ispira non sono capaci di cogliere lo spessore, il peso, le tensioni, i bisogni, le domande e le offerte proprie della soggettività di tutto il personale sanitario, si può temere che siano egualmente ciechi rispetto ai bisogni dei pazienti. L'assenza di interventi preventivi precoci rischia di ridurre la possibilità di una gestione adeguata della risorsa umana dell'ospedale e delle sue problematiche relative allo stress occupazionale, il burn out, col rischio di costringere l'azienda sanitaria a politiche difensive, tendenti dapprima alla negazione del problema e, successivamente, alla marginalizzazione dei soggetti che presentano un disagio o sono portatori d'istanze che mettono a disagio.
Il fallimento di una politica di prevenzione determina, di fatto, un cortocircuito istituzionale in cui l'azienda sanitaria sembra fallire la sua missione di promozione e di tutela della salute proprio con i pazienti che gli sono più prossimi, ossia i propri dipendenti.
Il fenomeno burn out costituisce solo un segmento delle possibili manifestazioni di disagio occupazionale in una struttura sanitaria, ma è particolarmente insidioso in quanto mina selettivamente la capacità di sentire e di relazionarsi con l'altro. E' influenzato fortemente dalle atmosfere organizzative e può essere prevenuto adeguatamente quando l'organizzazione del lavoro si configura come un "contenitore sufficientemente buono"(Winnicott 1970)"
(Fonte: Boccalon, R.M. "Chi cura rischia di bruciarsi". Il Sole 24-Ore Sanità Management, n. 3 (Marzo 2001), p.37)

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