IL DECADENTISMO

Verso la crisi
Con un processo lento, ma inarrestabile, negli anni fra il 1870 e il 1900 si sgretolarono i presupposti della società liberale, i miti su cui si reggeva, le manifestazioni artistiche e di pensiero nelle quali si esprimeva. Crollò a poco a poco il mito di un'Europa solidale.
In quei decenni, alla coscienza del legame che unisce tutti i popoli si sostituì il culto degli interessi particolari di ogni singolo stato: all'idea di nazione, subentrò quella di stato, con i suoi diritti e la sua "ragion di stato".
A questi accenni di nazionalismo si accompagnò la convinzione che la guerra era necessaria, non solo come strumento di difesa, ma come espressione di potenza.
Nel frattempo, perdeva credibilità l'idea di democrazia come strumento di governo e fonte di civiltà.
La scienza stessa, protagonista dell'Ottocento positivista, vide ridimensionarsi la propria importanza nello sviluppo della società. Si tentò sempre più spesso di coniugare scienza e fede.
A provocare la distruzione degli ideali liberali era, in primo luogo, il costituirsi sempre più imponente di strati di proletariato industriale e il primo formarsi di un proletariato rurale, nonché la presa di coscienza del "quarto stato" e il suo organizzarsi irruente sotto l'influsso delle dottrine anarchiche e di quelle marxiste.

Gli aspetti politico sociali della crisi
Attorno agli anni 90 dell'Ottocento si può parlare, in Italia, di fine della cultura positivista. Una svolta antidemocratica venne preparata da un susseguirsi incalzante di avvenimenti, che caratterizzarono l'ultimo decennio del secolo. Nel 1892 nasce a Genova il Partito Socialista Italiano; nel '94 insorgevano in Sicilia i cosiddetti "fasci siciliani", causando violente repressioni; nel '98 si verificano tumulti nell'Italia Centrosettentrionale.
Sempre nello stesso decennio, l'Italia patì una bruciante sconfitta in Africa orientale e, con la battaglia di Adua (1896), fu costretta a rinunciare, almeno temporaneamente, ai propri sogni di fondare un impero coloniale.
Nel 1900, morì, in seguito a un attentato anarchico, il re Umberto, evento che accrebbe lo sgomento dei ceti dirigenti e degli uomini d'ordine. Il 1909 vede la nascita, in Italia, del Partito Nazionalista. Nel 1915 prende l'avvio la Prima Guerra mondiale, cui succedono anni di violente scosse politiche, l'avvento del fascismo, le guerre di Spagna e di Etiopia e, infine, nel 1939, a conclusione di cinquant'anni tormentati, lo scoppio della seconda guerra mondiale.

La polemica antipositivistica
Il positivismo, pur con tutti i suoi limiti, era stato un modo di interpretare il mondo, tipico di una borghesia liberale, che affrontava i suoi compiti storici con energia e fiducia: l'adesione alla realtà, lo studio del vero, il culto della scienza, la fiducia nel progresso, la volontà di modificare l'ordine esistente, la tendenza ad avvicinare alla cultura anche gli strati sociali subalterni, erano tutti elementi che denotavano un atteggiamento illuminato, se non illuminista.
L'atteggiamento progressista del positivismo viene ripudiato dalle nuove generazioni, che reclamano il ritorno a forme idealistiche e spiritualistiche di cultura: la speculazione astratta finisce così per sostituire l'osservazione concreta della realtà; la scienza viene svalutata; gli intellettuali si distaccano sempre più dalle masse.
La polemica contro il positivismo finisce coll'aprire la strada a molteplici dottrine, dalla provenienza più disparata.

La nuova cultura
Si fanno strada il soggettivismo e il relativismo. L'arte non intende più essere la rappresentazione della realtà, vera o verisimile, ma costituisce il tentativo di cogliere la labilità mobile e sfuggente dell'esistenza, sentita quale fluire incessante. Alla base dell'opera narrativa, teatrale o lirica, sta un uomo diverso da quello di ieri, mosso da forze inconsce eppure operanti  nella sua interiorità.

Il termine "decadentismo"
Il concetto di decadenza, o meglio, la coscienza di vivere un'età di decadenza, si era diffuso già nella Francia del secondo Ottocento, sotto Napoleone III. Già nel 1857, Baudelaire aveva protestato contro l'impiego, in senso spregiativo, della frase "litterature de decadence"; verso il 1880 vengono definite decadenti le opere di pittori e scrittori che si riuniscono attorno a una rivista, Le Decadent.
Il termine nacque, dunque, in Francia e si diffuse in una accezione negativa, come spesso accade, a esprimere una condanna morale prima ancora che estetica.
Più tardi, in Italia, si è cominciato a usarlo per raggruppare e definire scrittori come D'Annunzio, Pascoli, Fogazzaro. Il termine "decadentismo" verrà impiegato, all'incirca, fra il 1890 e il 1945.

Componenti e aspetti

a. il deteriorarsi del positivismo
Il sorgere della sensibilità decadente è anzitutto da mettere in relazione col progressivo deteriorarsi del positivismo, il movimento che sul versante artistico portava al naturalismo. Tale scuola però, almeno a partire dai primi anni '80 dell'Ottocento venne seguita sempre meno per i seguenti motivi:

  1. Le premesse scientifiche del naturalismo approdano sovente a una narrativa in cui predomina una concezione deterministica dell'uomo, tale da sfociare nel fatalismo e nella sfiducia nei confronti dell'individuo (per esempio la narrativa di Verga).
  2. L'artista, confinato dentro gli ambiti angusti del reale, non si ritiene libero di scegliere i suoi temi.
  3. La crisi del positivismo va di pari classe con la crisi etica del ceto che meglio incarna tale ideologia: la borghesia.

Gli artisti decadenti (pittori, scrittori, musicisti) si oppongono all'oggettività del naturalismo e del verismo ed esprimono nelle loro opere soggettività, irrazionale, malessere, disagio, inettitudine.

b. dal dato reale alle suggestioni musicali
Ha luogo, quindi, un progressivo orientamento verso un'arte sottratta al condizionamento della realtà.  Il mutamento in oggetto si verifica prima in pittura e in poesia, poi si manifesta anche nella narrativa. Il dato reale, limitato, angusto, puramente esteriore non appaga più. Si teorizza non più la conoscenza della realtà, bensì dell'anima della realtà e lo strumento principe di conoscenza viene individuato nella poesia.
Si viene così a creare un canone fondamentale del decadentismo: l'equivalenza arte=conoscenza.
Perdono valore la rima, l'eloquenza, il parnassiano impegno del verso bassorilievo, mentre la poesia accoglie suggestioni dalle altre arti, dalla musica specialmente. La suggestione, per esempio, esercitata da Richard Wagner è grandissima.

c. marxismo e decadentismo di fronte alla società borghese
Quest'arte da iniziati è la conseguenza di un distacco dell'artista dalla società in cui vive, di un consapevole distacco, in quanto rifiuto e ribellione alle sue norme e ai suoi valori. L'intellettuale sente svuotarsi il proprio ruolo, di fronte alla prepotente ascesa della borghesia.
La società cui il decadentismo si oppone, è la società industriale, nel compimento della sua prima rivoluzione. Gli aspetti inumani, la logica del profitto, l'alienazione di tale società erano già state messe in evidenza, almeno sul piano filosofico-politico, da Marx e Engels, che da tale analisi arrivavano a formulare la necessità e le tecniche di una lotta per il ribaltamento e per l'edificazione di una nuova società.
La motivazione degli artisti decadenti è diversa; al contrario di Marx e di Engels, le loro motivazioni di contrasto non sono politico-filosofiche, quanto estetiche. Se Marx ricusa lo sfruttamento e la riduzione dell'uomo a cosa, gli artisti attaccano la volgarità, il cattivo gusto borghese, i suoi angusti orizzonti, che non vedono altro che il guadagno e, se sfiorano l'arte, la concepiscono didascalica, piattamente realistica e filistea.
Le differenti motivazioni portano a conclusioni antitetiche: politico-sociali, con l'organizzazione della lotta proletaria, per Marx e per Engels, estetiche nel caso degli artisti con la fuga in un artificioso mondo di bellezza, ossia in quell'atteggiamento artistico ed esistenziale denominato "estetismo" .

d. il superomismo di Nietzsche
La filosofia di Nietzsche si inserisce, come gli atteggiamenti decadenti esaminati, nel più vasto movimento di reazione antipositivistica e di polemica contro la tirannia della ragione scientifica.
Contro l'angusto conformismo dei principi democratico-egualitari e contro la banale fiducia nel progresso che avviliscono le più vive componenti della personalità umana e livellano tutti, Nietzsche innalza con accenti lirici la sua protesta esaltando invece la forza, l'amore sessuale, la gioia di vivere e , all'apice di tutto, lo spirito agonistico e la volontà di potenza. Sono queste le precipue componenti di quello che egli chiama "lo spirito dionisiaco".
Il momento dionisiaco si realizzerà nel superuomo che, vanificando ogni remora e condizionamento, realizzerà pienamente un nuovo esemplare di umanità, al di là della morale comune con i suoi concetti di bene e di male, di pietà per i falliti e per i deboli, destinati in questa lotta a soccombere.
La quale morale comune, poi, per Nietzsche, non è che una forma di mascheramento, di menzogna, di falsa coscienza, che presenta come valori morali, chiamandoli pietà e altruismo, la debolezza e l'affievolirsi della gioia dionisiaca del vivere. Si tratta secondo Nietzsche dei frutti avvelenati prodotti dalla predicazione cristiana.
La posizione del filosofo tedesco è apertamente antidemocratica. La polemica contro il livellamento democratico e il conseguente culto per l'uomo d'eccezione, porta ad auspicare l'avvento di un governo forte, di una politica di acceso nazionalismo.
Nietzsche introduce poi nuovi motivi nel decadentismo e cioè l'attivismo, il vitalismo, la ricerca del rischio e dell'esperienza di vita al di là del bene e del male. A prima vista sembra trattarsi di una contraddizione con quegli aspetti del decadentismo già trattati e in parte lo è, ma medesima è la radice, il punto di partenza: il distacco dell'artista dalla società, la sua solitudine che, disprezzando gli altri, o si incupisce nella disperazione  o si esalta nella sperimentazione di una vita ferina e faunesca.

e. l'intuizionismo di Bergson
Sempre nel solco dell'irrazionalismo che domina gli ultimi decenni dell'Ottocento, si inquadra la figura di Henri Bergson. Qualche rapido cenno alla sua filosofia:

  1. Bergson, indebolendo la scienza, apre la via all'affermazione di valori spiritualistici, religiosi, mistici o comunque irrazionalistici.
  2. Bergson oppone due forme di conoscenza: quella estrinseca, che si basa su dati empirici (il prima e il poi) e quella interiore che dissolve le intelaiature entro le quali noi sistemiamo i dati sensoriali e al prima e al dopo sostituisce e contrappone la durata, cioè la contemporanea presenza nella nostra coscienza del passato e del presente, del ricordo che si proietta sul presente e lo condiziona, ce lo fa apparire in un modo o in un altro.
  3. Noi cogliamo il senso più profondo della realtà non con l'intelligenza, che utilizza i concetti e le astrazioni elaborate dalla scienza, ma con l'istinto, che al suo grado più alto diventa intuizione. Tramite l'intuizione noi penetriamo l'essenza delle cose, cogliamo nel profondo il divenire stesso della realtà.

f. la scoperta dell'inconscio di Freud
Proprio mentre Bergson elaborava il suo intuizionismo, Freud edificava la psicoanalisi e sceglieva come materia di indagine le componenti irrazionali della personalità umana, cioè i sogni, i ricordi della più remota infanzia sommersi nel profondo della memoria e gli istinti negati dalla morale borghese corrente.
Freud, riprendendo motivi già sviluppati dalla filosofia nicciana, indagherà sul meccanismo psicologico per cui l'uomo si maschera a se stesso, si autoinganna; spiegherà come alla base di tanti atteggiamenti che apparentemente si accordano con la morale riconosciuta ci siano la repressione, il senso di colpa, la sublimazione della libido.
Il pensiero di Nietzsche, di Bergson, di Freud è espressione di un'atmosfera di crisi. Freud, però, è al contempo dentro e fuori di tale crisi. Certamente, fondando la dinamica della personalità sulla vita istintiva e, principalmente, sull'istinto erotico e sostenendo che alla sua menomazione e repressione risale il disagio della civiltà, il neurologo viennese si inserisce pienamente nell'irrazionalismo del tempo. Ma è altrettanto vero che la liberazione dalla nevrosi, la conquista della integrità della personalità è possibile soltanto attraverso la presa di coscienza delle distorsioni e degli intoppi della meccanica psicologica. E a tale consapevolezza, che è espressione di dominio di se stessi, si arriva attraverso la ragione e proprio la fiducia in questo trionfo della ragione autorizza qualche speranza. In qualche modo, spezzoni di positivismo continuano ad attraversare le teorie freudiane
L'influenza della psicoanalisi sulla letteratura è enorme. Essa si manifesta sia nel campo della critica, fondando un nuovo metodo e fornendo nuovi mezzi e tecniche d'indagine sull'autore e sul testo, sia in quanto permette una consapevolezza dei fatti psichici che ha enormemente dilatato il campo e le tecniche di rappresentazione. Si pensi ad esempio ad un romanzo centrale del Novecento italiano ed europeo come La coscienza di Zeno, basato sulla terapia psicoanalitica del protagonista.

Bibliografia

Guglielmino S. Guida al novecento. Principato, Milano, 1971
Fortichiari, V.
Invito a conoscere il Decadentismo. Milano, Mursia, 1987
Ghidetti, E.
Il decadentismo. Materiali e testimonianze critiche. Roma, Editori Riuniti, 1984

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Approfondimenti:


Walter Binni, La poetica del decadentismo, Sansoni, 1993, pagine 143, Euro 11,36      ordina

 

 


Mario Praz, La carne, la   morte e il diavolo nella letteratura romantica, Sansoni, 1996, pagine 502, Euro 26,86      ordina


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