Se si dovesse definire con
un'etichetta l'epoca in cui viviamo, essa andrebbe indubbiamente
archiviata con l'appellativo di "epoca della dissacrazione".
Numerosi sono infatti i valori, come ad esempio la patria, la religione,
la morigeratezza, nei quali i nostri nonni e forse ancora i nostri padri
credevano, oggi contestati e messi definitivamente in crisi.
Nell'ambito di questa contestazione generale va inquadrata,
sicuramente, anche la crisi della famiglia. Sorta quasi ai primordi
dell'umanità, l'istituzione familiare ha subito nel corso dei secoli
una notevole evoluzione. Tentare di farne una storia, sia pure
sintetica, sarebbe arduo e nello stesso tempo noioso. La famiglia,
comunque, un tempo ritenuta il nucleo della società, oggi viene
considerata un'istituzione superata, da più parti contestata e
respinta.
I motivi sono a mio avviso molteplici e legati intimamente fra loro:
fine della società contadina e sgretolamento della famiglia
patriarcale, contestazioni femministe, sviluppo di un'educazione
consumista, insubordinazione dei figli, disinteresse dello stato.
La donna ha rivendicato, dopo secoli di sudditanza, i propri diritti,
la propria legittima autonomia dall'uomo, sino a qualche decennio fa
somma autorità, perfino dispotica, della famiglia. A questo proposito
il movimento femminista ha svolto, sostenuto da una grande maggioranza
di donne stanche e deluse, un'opera preziosa anche se talvolta
scoordinata e non sempre costruttiva. La donna ha avvertito il bisogno
di inserirsi attivamente nella società, di compiere le medesime
esperienze dell'uomo, di evitare una mortificante emarginazione dal
mondo del lavoro, della politica, della cultura.
Ciò ha provocato le prime insofferenze, la crisi della coppia, lo
scricchiolamento della millenaria autorità maschile, di colui che un
tempo era il pater familias. Soprattutto ne è nato un disorientamento,
principalmente nell'uomo, che si è intimorito, una confusione di ruoli
forse salutare, ma ansiogena, la difficoltà a rimodellare la propria
identità in risposta ai mutamenti culturali.
Da parte loro anche i giovani, i figli, sono profondamente cambiati
negli ultimi decenni. Un tempo completamente subordinati al padre,
quasi schiacciati dall'autorità paterna, resi culturalmente
superiori, grazie all'istruzione di massa, hanno finito col non
riconoscere più nella figura del padre, nel frattempo resa
evanescente dagli stessi mutamenti socioeconomici, la guida, il
modello esistenziale e culturale da imitare. Hanno così cercato di
imporre la propria personalità, tendendo, nel tentativo di rendersi
pienamente liberi, ad estraniarsi dalla famiglia. Così che anche i
padri "deboli" e democratici di oggi sono vissuti da molti
giovani come noiosi limitatori dell'autonomia personale.
Le stesse
democrazie moderne, poi, nel loro economicismo esasperato, tendono a
trascurare la famiglia a vantaggio del consumatore, corteggiato e
blandito tramite l'offerta di una pletora di merci e di servizi spesso
costosi quanto inutili..
Usando un'espressione gergale della
politica, ritengo che la crisi della famiglia sia dunque imputabile
essenzialmente ad un mutato "rapporto di forze". Ma come
ogni crisi rappresenta anche un'opportunità, pure la crisi della
famiglia rappresenta, entro certi limiti, un fatto positivo, nella
misura in cui mette in discussione rapporti sbagliati e ingiusti,
sedimentatisi nel corso dei secoli.
Eppure se la famiglia muta, se i
ruoli al suo interno vanno ripensati e reinventati, essa rimane un'istituzione
che va sostanzialmente sostenuta e difesa. Personalmente nella
famiglia io credo ancora. Per me rappresenta qualcosa di più di
quella "entità economica", prospettata dalle teorie
materialistiche. Alternative alla famiglia non ne sono ancora state
inventate. Le comuni di sessantottina memoria sono fallite miseramente
e costituiscono ormai una soluzione anacronistica e avulsa dalla
realtà
Il problema, a mio avviso, è quello di trovare un
equilibrio, che non sia però turbato da ingiustizie e sopraffazioni.
Ritengo quindi che genitori e figli, uomini e donne, debbano
coesistere cercando di comprendersi e di comprendere i rispettivi
limiti, al di là degli egoismi e degli estremismi sempre assai
controproducenti e soprattutto ritengo che, come modesta soluzione
comportamentale praticabile, ognuno di noi ricordi sempre che per
ricevere bisogna prima donare.