Avevo poco più di
vent'anni, il filosofo col quale parlavo, poco più
di sessanta. Non so come giungemmo ad affrontare un
tema così ingrato come quello della malattia.
"L'ultima volta che sono stato malato" mi
confessò, "dovevo avere undici anni. Poi, più
niente".
Cinquant'anni di salute! Non avevo un'ammirazione
sconfinata per il mio filosofo ma questa confessione
me lo fece disprezzare immediatamente.
Non si scrive perché si ha qualcosa da dire
ma perché si ha voglia di dire qualcosa.
La timidezza, fonte inesauribile di disgrazie
nella vita pratica, è la causa diretta, anzi unica,
di ogni ricchezza interiore.
Cioran è, in apparenza, un pessimista
irriducibile, uno scrittore che vede nella vita
l'assenza di significati. Le conclusioni cui arriva
sembrano di uno sconforto senza appello.
Eppure leggendolo, viene il sospetto che tutte le
sue lamentazioni siano il pretesto per dispiegare
sulla pagina la sua lucida intelligenza, la sua
strabiliante cultura, la sua prosa sublime.
Le disperate pagine di Cioran contengono
un'energia baldanzosa, la vitalità pur desolata di
un superuomo.
Come il cauterio del chirurgo, le verità che ci spiattella in
faccia, ci sanano, liberandoci da inutili
illusioni. Un genio isolato, Cioran, che, scrutando
nell'abisso della propria interiorità, nelle
passioni e affanni quotidiani, oltre che nelle pieghe
della Storia, ci parla di noi stessi.
Il piacere che si ricava dalla lettura è sommo.
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