E.M. Cioran, Squartamento, Adelphi, 1981

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copertinaAvevo poco più di vent'anni, il filosofo col quale parlavo, poco più di sessanta. Non so come giungemmo ad affrontare un tema così ingrato come quello della malattia. "L'ultima volta che sono stato malato" mi confessò, "dovevo avere undici anni. Poi, più niente".
Cinquant'anni di salute! Non avevo un'ammirazione sconfinata per il mio filosofo ma questa confessione me lo fece disprezzare immediatamente.

Non si scrive perché si ha qualcosa da dire ma perché si ha voglia di dire qualcosa.

La timidezza, fonte inesauribile di disgrazie nella vita pratica, è la causa diretta, anzi unica, di ogni ricchezza interiore.

Cioran è, in apparenza, un pessimista irriducibile, uno scrittore che vede nella vita l'assenza di significati. Le conclusioni cui arriva sembrano di uno sconforto senza appello.

Eppure leggendolo, viene il sospetto che tutte le sue lamentazioni siano il pretesto per dispiegare sulla pagina la sua lucida intelligenza, la sua strabiliante cultura, la sua prosa sublime.

Le disperate pagine di Cioran contengono un'energia baldanzosa, la vitalità pur desolata di un superuomo.

Come il cauterio del chirurgo, le verità che ci spiattella in faccia, ci sanano, liberandoci da inutili illusioni. Un genio isolato, Cioran, che, scrutando nell'abisso della propria interiorità, nelle passioni e affanni quotidiani, oltre che nelle pieghe della Storia, ci parla di noi stessi.

Il piacere che si ricava dalla lettura è sommo.

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