Forse non è il miglior romanzo di Bernhard, ma
vale la pena leggerlo per farsi un'idea di questo
autore, tenuto conto che si tratta di un libriccino
di un centinaio di pagine. La qualità del libro è
tale, che io sono riuscito quasi a terminarlo, mentre
aspettavo il mio turno dal barbiere. Il tema
principale della narrazione è uno dei più cari a
Bernhard: il conflitto fra la sensibilità
problematica e dolorosa dell'intellettuale e
dell'artista e la compiaciuta, gretta,
monodimensionale, risolta soggettività del borghese
agiato.
Quando avevo vent'anni, per la verità, i libri di
Bernhard mi deprimevano. Le concezioni sulla
vita e sul mondo che si desumevano dai suoi lavori mi
sembravano annichilenti. Oggi è uno degli autori che
leggo con maggiori assiduità e piacere. Non ho mai
indagato seriamente i motivi di questa metamorfosi
personale. Non sono così preciso, il mio approccio
alla letteratura, lo si sarà capito, è immediato e
impressionistico. Forse ero capitato sui libri
sbagliati, o più probabilmente, nuove esperienze
vitali mi hanno fatto apprezzare Bernhard.
Mi piace, dell'austriaco, il distacco aristocratico
di molti suoi personaggi, il loro ritirarsi
esulcerato e sdegnato da una società opprimente,
meschina, rozza, materialista, utilitarista. Che non
è solo l'inquietante Austria di Haider, ma tutte le
nostre ricche società postindustriali.
Mi piacciono le invettive che i protagonisti dei suoi
libri riservano ai loro simili, con ferito
disincanto.
E' purtroppo facile, leggendo la
narrativa di Bernhard, scivolare nell'identificazione
con i personaggi, un atteggiamento che non si addice
al Lettore Ideale, ma trovo questa identificazione
salutare: permette di espellere tutte le tossine che
si accumulano durante i quotidiani rapporti
interpersonali. Il grande potenziale di aggressività
(e di conoscenza) che la lettura dei romanzi di
Bernhard riesce ad incanalare( e Cemento non
sfugge a questa regola), non è altro che la
dimostrazione del loro effetto catartico sul lettore.
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