Canto IX dell'Inferno. Le Erinni, la Medusa, il Messo celeste (a cura di m.r., III C)

Il canto prosegue le vicende del precedente.
Dante è impaurito, Virgilio lo tranquillizza, quando in cima alla torre che presidia le porte di Dite compaiono le Erinni: Megera, Aletto e Tesifone, che invocano Medusa di impietrire il poeta. Virgilio impone a Dante di voltarsi e di coprirsi gli occhi.

Il canto si colora di significati allegorici, a cui lo stesso Dante richiama il lettore:

O voi ch'avete li 'ntelletti sani,
mirate la dottrina che s'asconde
sotto 'l velame delli versi strani.

Un messo celeste (un angelo?) interviene e porta lo scompiglio fra le file dei diavoli e dei dannati. Egli apre con facilità le porte della città, inveisce contro i diavoli, li richiama a non opporsi ai supremi decreti.

Dante e Virgilio hanno via libera ed entrano a Dite. Siamo nel sesto cerchio. Dante vede una necropoli, costituita di sepolcri circondati da fuochi che li arroventano. Scontano qui la loro pena i capi delle sette ereticali con i loro seguaci.

Il nucleo del canto è costituito dai significati simbolici, non ancora  interpretati, in modo univoco, nemmeno dai commentatori più eminenti. Convincente la versione di Natalino Sapegno, che scrive: " Egli [il poeta, ndr] qui ritrae allegoricamente i più gravi ostacoli che l'uomo incontra e deve superare in questo suo sforzo di salvarsi. Alla conversione del peccatore si oppongono le tentazioni (i diavoli), la mala coscienza e cioè il ricordo e il rimorso della sua vita passata (le Erinni), infine il dubbio religioso o la disperazione (Medusa). A respingere questi assalti solo in piccola parte giovano le forze della ragione umana (Virgilio), mentre a completare il processo di redenzione e di salvazione è necessario infine l'intervento della Grazia (il Messo celeste)".

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Pagina aggiornata il 09.02.03
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