Dante Alighieri. Divina Commedia, Canto VI del Paradiso

Siamo nel cielo di Mercurio, dove sono beati coloro che nella vita terrena si comportarono virtuosamente per ambizione e desiderio di gloria.

Dante vi incontra l'imperatore Giustiniano, che resse le sorti dell'Impero a Bisanzio nel VI secolo. Convertito al cristianesimo da Agapito, egli si distinse per la creazione del Corpus iuris civilis, costruito sfrondando i vecchi ordinamenti dalle norme superate o inutili (" d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano")
Giustiniano poté dedicarsi alla riforma giuridica perché lasciò il comando delle operazioni militari e il compito di fronteggiare l'avanzata dei barbari al generale Belisario ("e al mio Belisar commendai l'armi").

Attraverso le parole di Giustiniano, Dante ci offre un compendio di storia antica, narrando le vicende dell'aquila imperiale, simbolo dell'impero.
La storia si dipana da Costantino, attraverso le gesta di vari personaggi: Annibale, Giulio Cesare, Ottaviano Augusto, Cleopatra, Tiberio, Tito, Carlo Magno, Carlo II d'Angiò.

Particolare rilievo assume, nel racconto di Giustiniano, la figura di Giulio Cesare, considerato uno strumento della Divina Provvidenza e a cui vengono dedicate numerose terzine del canto .
Il momento culminante della storia dell'aquila imperiale ha luogo, tuttavia, al tempo dell'imperatore Tiberio: è durante la sua reggenza che Cristo viene crocifisso e si compie così, complice il funzionario imperiale Ponzio Pilato, la volontà divina di punire, attraverso la passione e la morte dell'Uomo-Dio, le colpe dell'intero genere umano.
("li concedette, in mano a quel ch'i' dico,
gloria di far vendetta alla sua ira"
)

Il canto si conclude con la celebrazione di un altro beato, che nel cielo di Mercurio dimora: Romeo di Villanova. La leggenda, che Giustiniano con le sue parole sottoscrive, lo dipinge come un umile che, assunto al servizio di Raimondo Berengario IV conte di Provenza, riesce a combinare quattro matrimoni vantaggiosi per le quattro figlie del suo signore il quale, invece di ricompensarlo lo accusa invece, dimostrando ingratitudine, di avere male amministrato e lo precipita nella miseria.

Le avventure del bene compiuto, ma non ricompensato richiamano alla memoria le vicende biografiche di Dante stesso e testimoniano dell'ingiustizia terrena, cui fa da contrappeso fortunatamente la giustizia divina.

Con la figura di Romeo che finì l'esistenza povero, vecchio e straziato, mendicando un tozzo di pane, ("mendicando sua vita a frusto a frusto"), Dante intende suggerirci che chi si guadagna da vivere con fatica e dignità merita la lode e il premio eterno  ("assai lo loda, e più lo loderebbe").

Il VI canto, in perfetta simmetria con gli omologhi canti dell'Inferno e del Purgatorio, affronta il tema politico. Dante vede nella realizzazione dell'impero il bene dell'umanità. Guelfi e Ghibellini sono fazioni disprezzate allo stesso modo e considerate nemiche: i primi perché fanno dell'aquila imperiale un'insegna di partito, gli altri perché si oppongono all'impero universale, che costituisce garanzia di giustizia e che non deve essere minacciato da lotte fra partiti contrapposti.

Dal punto di vista stilistico va evidenziato l'uso che Dante fa in questo canto dell'anafora, figura retorica che consiste  nella ripetizione di una o più parole all'inizio di frasi o versi successivi. "...tu sai ch'el fece... e sai che fé... sai quel ch'el fé... quel che fé... di quel che fé...", espressioni riferite alle vicende dell'aquila imperiale, simbolo dell'impero, per sottolinearne l'epopea.
Per conferire poi maggiore solennità alla narrazione delle vicende dell'aquila imperiale, il poeta ricorre a numerosi  latinismi come labi, triunfaro, cuba, lito rubro, fatturo.

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Pagina aggiornata il 15.03.08
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