Dante è costretto ad avanzare
fra la folla dei morti per forza, facendosi largo al modo del vincitore
del gioco della zara.
Gli si fanno incontro l'Aretino che da le braccia / fiere di
Ghin di Tacco ebbe la morte, ossia Benincasa da Laterina, celebre
civilista che venne ucciso da Ghino di Tacco, un brigante, perché reo
di aver condannato a morte un suo parente; Guccio dei Tarlati di
Pietramala, feudatario ghibellino ch'annegò correndo in caccia,
ucciso dai guelfi; Federico Novello, con le mani sporte verso
Dante; Gano, figlio del dottore in legge Marzucco, ucciso in una rissa
di piazza; il conte Orso, ammazzato, pare, dal cugino Alberto; Pierre
de la Brosse (Pier de la Broccia), chirurgo della real casa di
Francia, ucciso non per qualche colpa (non per colpa commisa),
ma per invidia (inveggia).
Liberatosi dalle richieste di tutte queste anime, Dante formula a
Virgilio il dubbio sulla efficacia delle preghiere dei vivi ai fini
della salvezza delle anime del Purgatorio. Dopo la risposta
rassicurante di Virgilio, i due pellegrini manifestano l'intenzione di
riprendere il loro cammino. Virgilio, anzi, decide di chieder la
strada a un'anima che se ne sta appartata, in solitudine. Altera,
l'anima non risponde alla domanda di Virgilio, ma chiede ai due chi
sono e da dove vengono (e quella non rispuose al suo dimando, / ma
di nostro paese e de la vita / ci 'nchiese) e non appena Virgilio
gli riferisce di essere nato a Mantova, l'anima si scuote e lo
abbraccia, dichiarando la propria identità ("O Mantoano, io
son Sordello / de la tua terra!"; e l'un l'altro abbracciava).
Si tratta dunque, di Sordello. Nato a Goito nel Mantovano, è il
maggiore poeta provenzale d'Italia.
A questo punto del canto cessa il racconto ed inizia una delle più
celebri invettive politiche di Dante:
Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello.
Dante si accende per l'Italia, ancora lontana dalla sua unità, la
riconosce come patria e la fa conoscere, attraverso il suo poema, al
mondo. In questo senso egli può davvero essere considerato uno dei
padri della patria.
Il poeta fiorentino ravvisa con dolore e sdegno lo scarto tra il
suo ideale, nutrito da nobili tradizioni e la realtà italiana del suo
tempo, ben più prosaica, quotidiana e mediocre.