Dopo aver fatto la conoscenza di Francesca e aver
udito la sua triste storia, Dante, in compagnia di
Virgilio, discende al terzo cerchio, dove sono
dannati i golosi.
Dura è la pena a cui essi sono sottoposti: una
pioggia eterna li batte senza tregua, mentre Cerbero,
crudele mostro mitologico, li strazia.
Per ammansirlo, Virgilio è costretto a gettargli due manciate di
terra.
Nel loro procedere, Dante e Virgilio sono costretti a calpestare i
dannati, che formano uno strato uniforme.
Sin dai primi versi Dante ci introduce con grande
incisività nell'atmosfera di questo canto. La scelta
dei vocaboli, a mio giudizio sempre felice, fornisce
immediatamente al lettore un quadro generale
sintetico ed esatto, contribuendo con ciò a
mantenerne sempre desta l'attenzione.
Un saggio della propria abilità artistica Dante
ce lo fornisce tratteggiando la figura di Cerbero,
l'orribile mostro mezzo belva e mezzo uomo, con le
facce sudice e ributtanti, gli occhi arrossati, la
barba unta, la pancia enorme e, come se tutto questo
non bastasse, al posto delle unghie gli artigli, di
cui si serve per tormentare le proprie vittime. E'
una visione nitida, che lascia nell'animo del lettore
un senso di profondo sgomento.
Se la rappresentazione di Cerbero e delle pene a
cui sono sottoposti i dannati mettono in risalto la
grande capacità descrittiva ed evocativa di Dante,
l'incontro con Ciacco ne mette in risalto l'impegno
civile e politico.
Ciacco, terminato in questo cerchio per la
dannosa colpa della gola, è in verità un uomo
di corte intelligente e niente affatto volgare; il
suo incontro con Dante rappresenta il motivo
principale di questo canto.
Non deve sorprendere il lettore contemporaneo la severità
della condanna a cui viene sottoposto un uomo, Ciacco, che lo stesso
Boccaccio descriverà nel Decameron come costumato uomo,
ed eloquente e affabile e di buon sentimento.
Ma siamo nel Medioevo, epoca storica determinata da carestie, in cui
la fame era anche in Occidente una calamità diffusa e chi indulgeva
nel peccato di gola era passibile di giudizi morali
comprensibilmente duri.
Ciacco, rispondendo a precise domande del poeta,
profetizza particolari eventi storici che riguardano
Firenze. Nel mentre, traspare dalle sue parole la
nostalgia de la vita serena, del dolce mondo, come egli dice.
Probabilmente sono proprio questa nostalgia e questo
attaccamento alla vita terrena che ci rendono Ciacco
simpatico o almeno degno di compassione.
"La digressione politica, che si innesta a
questo punto del canto - dice il Sapegno - è svolta
in forme piuttosto schematiche ed astratte; la
profezia di Ciacco si riduce ad un ragguaglio, ancor
più che rapido, sommario, arido, povero di risonanze affettive". Pur non entrando nel merito di
questa critica non certo benevola del Sapegno, penso
che questa parte del canto sia invece particolarmente
utile ai fini di comprendere maggiormente tutta
l'opera di Dante. Qui viene messa a fuoco la sua
partecipazione attiva e consapevole alla vita
cittadina. Dante, non bisogna scordarlo, ha una
concezione energica, attiva, eroica della vita. La
sua esistenza è stata caratterizzata da una continua
lotta per l'affermazione di valori indiscutibili
quali la lealtà, l'onestà, la pace, la giustizia.
E in ciò si manifesta un nuovo volto dell'uomo
Dante, che penso abbia interessato come me parecchi
altri lettori, che di Dante conoscevano magari
soltanto la felice vena poetica.
Un dialogo tra Virgilio e Dante circa il Giudizio finale,
conclude il VI canto. Un nuovo mostro si fa loro incontro: Pluto, il
gran nemico.