Canto VI dell'Inferno. Ciacco (a cura di m.r., III C)

Dopo aver fatto la conoscenza di Francesca e aver udito la sua triste storia, Dante, in compagnia di Virgilio, discende al terzo cerchio, dove sono dannati i golosi.
Dura è la pena a cui essi sono sottoposti: una pioggia eterna li batte senza tregua, mentre Cerbero, crudele mostro mitologico, li strazia.
Per ammansirlo, Virgilio è costretto a gettargli due manciate di terra.
Nel loro procedere, Dante e Virgilio sono costretti a calpestare i dannati, che formano uno strato uniforme.

Sin dai primi versi Dante ci introduce con grande incisività nell'atmosfera di questo canto. La scelta dei vocaboli, a mio giudizio sempre felice, fornisce immediatamente al lettore un quadro generale sintetico ed esatto, contribuendo con ciò a mantenerne sempre desta l'attenzione.

Un saggio della propria abilità artistica Dante ce lo fornisce tratteggiando la figura di Cerbero, l'orribile mostro mezzo belva e mezzo uomo, con le facce sudice e ributtanti, gli occhi arrossati, la barba unta, la pancia enorme e, come se tutto questo non bastasse, al posto delle unghie gli artigli, di cui si serve per tormentare le proprie vittime. E' una visione nitida, che lascia nell'animo del lettore un senso di profondo sgomento.

Se la rappresentazione di Cerbero e delle pene a cui sono sottoposti i dannati mettono in risalto la grande capacità descrittiva ed evocativa di Dante, l'incontro con Ciacco ne mette in risalto l'impegno civile e politico.
Ciacco, terminato in questo cerchio per la dannosa colpa della gola, è in verità un uomo di corte intelligente e niente affatto volgare; il suo incontro con Dante rappresenta il motivo principale di questo canto.

Non deve sorprendere il lettore contemporaneo  la severità della condanna a cui viene sottoposto un uomo, Ciacco, che lo stesso Boccaccio descriverà nel Decameron come costumato uomo, ed eloquente e affabile e di buon sentimento.
Ma siamo nel Medioevo, epoca storica determinata da carestie, in cui la fame era anche in Occidente una calamità diffusa e chi indulgeva nel peccato di gola era passibile di giudizi morali comprensibilmente duri.

Ciacco, rispondendo a precise domande del poeta, profetizza particolari eventi storici che riguardano Firenze. Nel mentre, traspare dalle sue parole la nostalgia de la vita serena, del dolce mondo, come egli dice.
Probabilmente sono proprio questa nostalgia e questo attaccamento alla vita terrena che ci rendono Ciacco simpatico o almeno degno di compassione.

"La digressione politica, che si innesta a questo punto del canto - dice il Sapegno - è svolta in forme piuttosto schematiche ed astratte; la profezia di Ciacco si riduce ad un ragguaglio, ancor più che rapido, sommario, arido, povero di risonanze affettive". Pur non entrando nel merito di questa critica non certo benevola del Sapegno, penso che questa parte del canto sia invece particolarmente utile ai fini di comprendere maggiormente tutta l'opera di Dante. Qui viene messa a fuoco la sua partecipazione attiva e consapevole alla vita cittadina. Dante, non bisogna scordarlo, ha una concezione energica, attiva, eroica della vita. La sua esistenza è stata caratterizzata da una continua lotta per l'affermazione di valori indiscutibili quali la lealtà, l'onestà, la pace, la giustizia.
E in ciò si manifesta un nuovo volto dell'uomo Dante, che penso abbia interessato come me parecchi altri lettori, che di Dante conoscevano magari soltanto la felice vena poetica.

Un dialogo tra Virgilio e Dante circa il Giudizio finale, conclude il VI canto. Un nuovo mostro si fa loro incontro: Pluto, il gran nemico.

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Pagina aggiornata il 05.12.02
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Valentino Sossella