Canto V del Purgatorio. Iacopo del Cassero, Buonconte di Montefeltro, Pia dei Tolomei

Una delle anime riconosce in Dante persona viva e si meraviglia. Virgilio intima allora al poeta fiorentino, che un po' temporeggia, di riprendere il cammino e di non curarsi di coloro che lo osservano e bisbigliano. Le parole del mantovano sono di grande saggezza:
"Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non  crolla
già mai la cima per soffiar di venti".

Nel frattempo, una schiera di anime avanza, cantando il Miserere
Appena si accorgono che Dante è vivo, inviano due di loro, come messaggeri, a chiedere gentilmente spiegazioni.
Virgilio rassicura i due inviati, affermando che Dante potrebbe riuscir loro di aiuto.

Le anime si precipitano allora presso di lui, chiedendo al poeta fiorentino se riconosce qualcuno. Le anime che si raccolgono in questo gradone del Purgatorio sono quelle dei morti assassinati con la violenza. 
Dante non riconosce nessuno, tuttavia giura di voler fare per gli spiriti che lo hanno avvicinato quanto desiderano.

Il primo a presentarsi a Dante è Iacopo del Cassero.
Nativo di Fano, esperto nell'uso delle armi, già podestà di Rimini, Bologna e Milano, si inimica Azzo VIII  e muore per mano dei suoi sicari in località Oriago.

Prende poi la parola Buonconte di Montefeltro.
Si lamenta della sua vedova, Giovanna, che lo ha dimenticato, e dei suoi stessi consanguinei. Capitano dell'esercito ghibellino, trova la morte nella battaglia di Campaldino. Il suo corpo non sarà mai più ritrovato.
Dante gliene chiede ragione e Buonconte risponde in parte  attraverso versi oscuri, non interpretati ancora univocamente dagli esegeti della Commedia. Egli peccatore, muore invocando Maria, chiedendo perdono. Per questo l'angelo può strappare la sua anima al diavolo, determinandone il sarcastico diabolico disappunto.
Il racconto della propria morte che fa Buonconte è drammatico, testimonianza della cieca e ripugnate violenza che alberga nel cuore dell'uomo. I particolari sono raccapriccianti: 
"arriva' io, forato ne la gola, 
fuggendo a piede e 'nsanguinando il piano".

Ma la spiritualità della preghiera e la prospettiva della vita eterna riscattano l'orrore della carne straziata: 
"Quivi perdei la vista, e la parola 
nel nome di Maria fini'; e quivi 
caddi e rimase la mia carne sola".

Chiude il canto Pia dei Tolomei. Pronuncia soltanto sei versi, di lapidaria espressività e bellezza: 
"'Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via'", 
seguitò 'l terzo spirito al secondo, 
"'ricorditi di me, che son la Pia; 
Siena mi fé, disfecemi Maremma;
salsi colui che 'nnanellata pria 
disposando m'avea con la sua gemma'".

Della famiglia senese dei Tolomei, su Pia circolano varie leggende. Morì, fatta uccidere o uccisa direttamente dal marito, a causa di motivi ancora in parte sconosciuti.
Dalle parole di Pia emana una dolcezza tutta femminile, la malinconia per la sua sorte e il rimpianto per la sua esistenza terrena, per un matrimonio che poteva essere felice e che invece è stato spezzato da una violenza terribile.

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Pagina aggiornata il 26.03.04
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