Una delle anime riconosce in
Dante persona viva e si meraviglia. Virgilio intima allora al poeta fiorentino,
che un po' temporeggia, di riprendere il cammino e di non curarsi di
coloro che lo osservano e bisbigliano. Le parole del mantovano sono di
grande saggezza:
"Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti".
Nel frattempo, una schiera di anime avanza, cantando il Miserere.
Appena si accorgono che Dante è vivo, inviano due di loro, come messaggeri,
a chiedere gentilmente spiegazioni.
Virgilio rassicura i due inviati, affermando che Dante potrebbe
riuscir loro di aiuto.
Le anime si precipitano allora presso di lui,
chiedendo al poeta fiorentino se riconosce qualcuno. Le anime che si
raccolgono in questo gradone del Purgatorio sono quelle dei morti
assassinati con la violenza.
Dante non riconosce nessuno, tuttavia giura di voler fare per gli
spiriti che lo hanno avvicinato quanto desiderano.
Il primo a
presentarsi a Dante è Iacopo del Cassero.
Nativo di Fano, esperto nell'uso delle armi, già podestà di Rimini,
Bologna e Milano, si inimica Azzo VIII e muore per mano dei suoi
sicari in località Oriago.
Prende poi la parola Buonconte di
Montefeltro.
Si lamenta della sua vedova, Giovanna, che lo ha dimenticato, e dei
suoi stessi consanguinei. Capitano dell'esercito ghibellino, trova la
morte nella battaglia di Campaldino. Il suo corpo non sarà mai più
ritrovato.
Dante gliene chiede ragione e Buonconte risponde in parte
attraverso versi oscuri, non interpretati ancora univocamente dagli
esegeti della Commedia. Egli peccatore, muore invocando Maria,
chiedendo perdono. Per questo l'angelo può strappare la sua anima al
diavolo, determinandone il sarcastico diabolico disappunto.
Il racconto della propria morte che fa Buonconte è drammatico, testimonianza
della cieca e ripugnate violenza che alberga nel cuore dell'uomo. I
particolari sono raccapriccianti:
"arriva' io, forato ne la gola,
fuggendo a piede e 'nsanguinando il piano".
Ma la
spiritualità della preghiera e la prospettiva della vita eterna
riscattano l'orrore della carne straziata:
"Quivi perdei la vista, e la parola
nel nome di Maria fini'; e quivi
caddi e rimase la mia carne sola".
Chiude il canto Pia dei
Tolomei. Pronuncia soltanto sei versi, di lapidaria espressività e
bellezza:
"'Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via'",
seguitò 'l terzo spirito al secondo,
"'ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma;
salsi colui che 'nnanellata pria
disposando m'avea con la sua gemma'".
Della famiglia senese
dei Tolomei, su Pia circolano varie leggende. Morì, fatta uccidere o
uccisa direttamente dal marito, a causa di motivi ancora in parte
sconosciuti.
Dalle parole di Pia emana una dolcezza tutta femminile, la malinconia
per la sua sorte e il rimpianto per la sua esistenza terrena, per un matrimonio
che poteva essere felice e che invece è stato spezzato da una
violenza terribile.