Come le stelle svaniscono alla vista degli uomini quando
subentra il sole, così si cancella alla vista di Dante il trionfo degli
angeli.
Dante rivolge allora di nuovo gli occhi verso Beatrice. Una bellezza,
la sua, che trascende la misura d'uomo e che è accessibile, nel suo
completo splendore, soltanto a Dio ("io credo / che solo il suo
fattor tutta la goda").
Dante si dichiara vinto, più di quanto non sia stato mai sopraffatto
nessuno scrittore di poema ("soprato fosse comico o tragedo"), giunto a un punto particolarmente arduo del
suo tema, giacché il solo ricordare la dolcezza del viso di Beatrice è
sufficiente ad annullare tutte le facoltà mentali del sommo poeta
fiorentino ("la mente mia da me medesmo scema").
"Noi siamo passati ("Noi siamo usciti fore")", gli ricorda Beatrice, "dal più
esteso dei cieli sensibili ("del maggior corpo") al cielo ch'è pura luce, dal Primo Mobile
cioè, all'Empireo. Qui potrai contemplare entrambi gli eserciti del
paradiso ("Qui vederai l'una e l'altra milizia / di
paradiso"), tutti gli angeli e tutti beati, e la milizia umana, cioè i
beati, nell'aspetto in cui tu li vedrai nel giorno del giudizio finale ("all'ultima
giustizia"),
quando anima e corpo si ricongiungeranno".
Irrompendo fuori dallo spazio e dal tempo, Dante è circondato e
avviluppato dal fulgore, dalla luce abbagliante ("così mi
circunfulse luce viva"). "Sempre il Dio
amore", precisa Beatrice, " che preserva nell'immobilità
l'empireo, accoglie le anime con questo saluto (salute), avvolgendole cioè in un
fulgore di luce così intenso che all'inizio le abbaglia, ma ha pure il
compito di preparare i beati a tollerare il fuoco della sua visione".
Dante intanto si accorge del potenziamento delle sue funzioni
sensoriali e i suoi occhi riescono a far fronte alla violenza di qualsiasi
luce. Davanti a Dante compare un mirabile spettacolo di luci. Beatrice
spiega al poeta la splendida visione che gli si è aperta davanti.
Dante, raccogliendo l'invito di Beatrice, si prodiga a guardare, con tanta
irruenza, quanta nemmeno un lattante (fantin), svegliatosi in
ritardo ("molto tardato dall'usanza sua"), si avventa
con la bocca al capezzolo.
Dante vede la fiumana luminosa, che prima pareva estendersi in
lunghezza, farsi tonda ("così mi parve / di sua lunghezza
divenuta tonda"); i fiori variopinti si rivelano essere i beati,
mentre le solerti faville sono gli angeli.
In quella luce che proviene da Dio, si specchiano i beati, disposti in
mille gradini circolari, formando l'immagine di una rosa.
Nell'immensità e nella profondità di tale spettacolo la vista di Dante non si smarrisce. Nell'Empireo i concetti di vicino e lontano non
hanno senso ("Presso e lontano, lì, né pon né leva") e le leggi naturali non hanno
corso ("la legge natural nulla rileva").
Beatrice conduce (trasse) Dante al centro dell'anfiteatro, ossia al centro della
rosa dei beati ("Nel giallo della rosa sempiterna"). E gli dice: "Guarda come è grande il collegio dei
beati. Tu vedi come spazia giro giro la nostra città (la Gerusalemme
celeste) e vedi i nostri scanni occupati al punto che poca gente si
aspetta ancora quassù per occuparli tutti. E su quello scanno, con una
corona sopra, sul quale tu punti gli occhi, siederà, prima che tu sia
accolto in questo convito celeste, l'anima del nobile Arrigo, il quale
sarà sceso in Italia a raddrizzarla, "prima ch'ella sia disposta" e
preparata ad accogliere la sua opera di riforma. La "cieca cupidigia" che
priva voi italiani di saggezza, vi rende simili al poppante (fantolino)
che muore di
fame "e caccia via la balia". Sarà allora capo della Chiesa
("E fia prefetto nel foro divino") un pontefice
che con Arrigo terrà una linea di condotta, segretamente un'altra".
L'allusione è a papa Clemente V e ai suoi inganni ai danni
dell'imperatore.
Beatrice conclude: " Ma, dopo questi fatti, Dio non lo tollererà
a lungo nelle mansioni di papa ed egli sarà precipitato nella bolgia dei
simoniaci ("là dove Simon mago è per suo merto"), insieme a Bonifacio VIII
("quel d'Alagna")".
Il canto XXX del Paradiso si apre con una similitudine astronomica di
difficile interpretazione, che però contribuisce a conferire un tono
alto alla sovrumana visione che il poeta si accinge a descriverci.
Il canto culmina nella descrizione dell'empireo e della
"rosa" dei beati. Una descrizione, quella di Dante, mistica e
colta, ma nello stesso tempo calda e partecipata, quasi sensuale.
Il tema della luce domina l'intero canto, in cui spicca anche la
bellezza di Beatrice, di cui Dante ricorda il giorno del loro primo
incontro, lei ancora bambina.
L'invettiva politica chiude il canto, con la condanna della cupidigia
degli italiani e della corruzione della Chiesa, entrambe ostacoli alla
rinascita della nazione.