Dante Alighieri. Divina Commedia, Canto XXX del Paradiso

Come le stelle svaniscono alla vista degli uomini quando subentra il sole, così si cancella alla vista di Dante il trionfo degli angeli.

Dante rivolge allora di nuovo gli occhi verso Beatrice. Una bellezza, la sua, che trascende la misura d'uomo e che è accessibile, nel suo completo splendore, soltanto a Dio ("io credo / che solo il suo fattor tutta la goda").
Dante si dichiara vinto, più di quanto non sia stato mai sopraffatto nessuno scrittore di poema ("soprato fosse comico o tragedo"), giunto a un punto particolarmente arduo del suo tema, giacché il solo ricordare la dolcezza del viso di Beatrice è sufficiente ad annullare tutte le facoltà mentali del sommo poeta fiorentino ("la mente mia da me medesmo scema").

"Noi siamo passati ("Noi siamo usciti fore")", gli ricorda Beatrice, "dal più esteso dei cieli sensibili ("del maggior corpo") al cielo ch'è pura luce, dal Primo Mobile cioè, all'Empireo. Qui potrai contemplare entrambi gli eserciti del paradiso ("Qui vederai l'una e l'altra milizia / di paradiso"), tutti gli angeli e tutti beati, e la milizia umana, cioè i beati, nell'aspetto in cui tu li vedrai nel giorno del giudizio finale ("all'ultima giustizia"), quando anima e corpo si ricongiungeranno".

Irrompendo fuori dallo spazio e dal tempo, Dante è circondato e avviluppato dal fulgore, dalla luce abbagliante ("così mi circunfulse luce viva"). "Sempre il Dio amore", precisa Beatrice, " che preserva nell'immobilità l'empireo, accoglie le anime con questo saluto (salute), avvolgendole cioè in un fulgore di luce così intenso che all'inizio le abbaglia, ma ha pure il compito di preparare i beati a tollerare il fuoco della sua visione".

Dante intanto si accorge del potenziamento delle sue funzioni sensoriali e i suoi occhi riescono a far fronte alla violenza di qualsiasi luce. Davanti a Dante compare un mirabile spettacolo di luci. Beatrice spiega al poeta la splendida visione che gli si è aperta davanti.
Dante, raccogliendo l'invito di Beatrice, si prodiga a guardare, con tanta irruenza, quanta nemmeno un lattante (fantin), svegliatosi in ritardo ("molto tardato dall'usanza sua"), si avventa con la bocca al capezzolo.

Dante vede la fiumana luminosa, che prima pareva estendersi in lunghezza, farsi tonda ("così mi parve / di sua lunghezza divenuta tonda"); i fiori variopinti si rivelano essere i beati, mentre le solerti faville sono gli angeli.
In quella luce che proviene da Dio, si specchiano i beati, disposti in mille gradini circolari, formando l'immagine di una rosa.

Nell'immensità e nella profondità di tale spettacolo la vista di Dante non si smarrisce. Nell'Empireo i concetti di vicino e lontano non hanno senso ("Presso e lontano, lì, né pon né leva") e le leggi naturali non hanno corso ("la legge natural nulla rileva").

Beatrice conduce (trasse) Dante al centro dell'anfiteatro, ossia al centro della rosa dei beati ("Nel giallo della rosa sempiterna"). E gli dice: "Guarda come è grande il collegio dei beati. Tu vedi come spazia giro giro la nostra città (la Gerusalemme celeste) e vedi i nostri scanni occupati al punto che poca gente si aspetta ancora quassù per occuparli tutti. E su quello scanno, con una corona sopra, sul quale tu punti gli occhi, siederà, prima che tu sia accolto in questo convito celeste, l'anima del nobile Arrigo, il quale sarà sceso in Italia a raddrizzarla, "prima ch'ella sia disposta"  e preparata ad accogliere la sua opera di riforma. La "cieca cupidigia" che priva voi italiani di saggezza, vi rende simili al poppante (fantolino) che muore di fame "e caccia via la balia". Sarà allora capo della Chiesa ("E fia prefetto nel foro divino") un pontefice che con Arrigo terrà una linea di condotta, segretamente un'altra". L'allusione è a papa Clemente V e ai suoi inganni ai danni dell'imperatore.

Beatrice conclude: " Ma, dopo questi fatti, Dio non lo tollererà a lungo nelle mansioni di papa ed egli sarà precipitato nella bolgia dei simoniaci ("là dove Simon mago è per suo merto"), insieme a Bonifacio VIII ("quel d'Alagna")".

Il canto XXX del Paradiso si apre con una similitudine astronomica di difficile interpretazione, che però contribuisce a conferire un tono alto alla sovrumana visione che il poeta si accinge a descriverci.

Il canto culmina nella descrizione dell'empireo e della "rosa" dei beati. Una descrizione, quella di Dante, mistica e colta, ma nello stesso tempo calda e partecipata, quasi sensuale.

Il tema della luce domina l'intero canto, in cui spicca anche la bellezza di Beatrice, di cui Dante ricorda il giorno del loro primo incontro, lei ancora bambina.

L'invettiva politica chiude il canto, con la condanna della cupidigia degli italiani e della corruzione della Chiesa, entrambe ostacoli alla rinascita della nazione.

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Pagina aggiornata il 03.04.08
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