Dante Alighieri. Divina Commedia, Canto XXI del Paradiso

Dante fissa Beatrice ("Già eran gli occhi miei rifissi al volto / della mia donna"), che non ride (" E quella non ridea"), altrimenti abbaglierebbe il poeta, lo ridurrebbe in cenere, come Semele, la figlia di Cadmo, allorquando contemplò Giove in tutto il suo splendore ("tu ti faresti quale / fu Semelé quando di cener fessi").

La bellezza di Beatrice, che aumenta di splendore quanto più si salgono i gradini verso la dimora di Dio, l'Empireo ("che per le scale / dell'etterno palazzo più s'accende / ..., quanto più si sale"), se non mitigata ("se non si temperasse"), schianterebbe le facoltà visive di Dante, come il ramo viene schiantato dalla folgore ("sarebbe fronda che trono scoscende").

Siamo nel cielo di Saturno, il settimo ed ultimo dei cieli planetari ("Noi sem levati al settimo splendore"), dove dimorano gli spiriti dediti alla contemplazione.

Dentro il corpo trasparente e lucido (cristallo) di Saturno, Dante vede una scala luminosa e dorata ("di color d'oro in che raggio traluce / vid'io uno scaleo eretto in suso"), per i cui gradini scendono anime luminose ("Vidi anche per li gradi scender giuso / tanti splendor") a guisa di uccelli, precisamente di mulacchie (pole) che, alzate in volo a scaldare le piume intirizzite ("si movono a scaldar le fredde piume"), alcune si allontanano ("poi altre vanno via sanza ritorno"), altre tornano al punto di partenza ("altre rivolgon sé onde son mosse"), altre ancora volteggiano sul posto ("e altre roteando fan soggiorno").

Uno spirito, in particolare si avvicina a Dante e Beatrice. Dante non sa se interrogarlo senza il permesso di Beatrice. Beatrice lo autorizza ("ella ... / mi disse: 'Solvi il tuo caldo disio'").

Dante pone allora all'anima beata due domande: che cosa l'ha spinta a venirgli vicino ("fammi nota / la cagion che sí presso mi t'ha posta") e perché non si ode in questo cielo il dolce canto che risuona in Paradiso nelle altre ruote celesti ("e di' perché si tace in questa rota / la dolce sinfonia di paradiso, / che giù per l'altre suona sí divota").

Lo spirito gli risponde che la facoltà uditiva di Dante è quella debole di un uomo mortale ("Tu hai l'udir mortale") e che perciò rimarrebbe sopraffatto dai canti celesti così come dal sorriso di Beatrice ("onde qui non si canta / per quel che Beatrice non ha riso").
Inoltre lo informa che non si è avvicinato in virtù di meriti particolari, ma perché questo è il compito che Dio gli ha assegnato.

Lo stesso spirito avrà poi modo di ribadire l'impossibilità della mente umana di comprendere le ragioni dei decreti divini ("però che sí s'innoltra nello abisso / dell'etterno statuto quel che chiedi, / che da ogni creata vista è scisso").
Anzi Dante, quando tornerà nel mondo dei vivi ("E al mondo mortal, quando tu riedi"), deve riferire (rapporta) ciò, in modo che gli uomini non ardiscano più investigare un problema tanto arduo ("sí che non presumma / a tanto segno più mover li piedi").

Dante abbandona allora la questione ("lasciai la questione"), accettando il mistero, e passa a chiedere all'anima beata chi fu ("chi fue") in terra.

L'anima si rivela essere Pier Damiani, nato a Ravenna nel 1007 presso un'umile famiglia, che divenne monaco e quindi priore nell'eremo (ermo) camaldolese di Fonte Avellana, alle pendici del monte Catria ("un gibbo che si chiama Catria"), fra Gubbio e Pergola.
In tarda età Pier Damiani fu eletto cardinale, prese cioè quel cappello cardinalizio ("Poca vita mortal m'era rimasa, / quando fui chiesto e tratto a quel cappello"), che si trasmette ormai da un soggetto indegno a un altro ancora peggiore ("che pur di male in peggio si travasa").
E mentre san Pietro e san Paolo vissero poveramente ("Venne Cefas e venne il gran vasello / dello Spirito Santo, magri e scalzi"), i prelati contemporanei di Dante sono invece ghiotti e amanti del lusso e dello sfarzo. Pretendono chi li sostenga da una parte e dall'altra, chi se li incolli, tanto son grassi e pesanti (gravi), e chi li spinga su per il sedere quando montano a cavallo ("chi di retro li alzi").

Indignato, Pier Damiani conclude la propria invettiva: "Oh pazienza divina, che cosa non sopporti!" ("oh pazienza che tanto sostieni!").

Per esprimere il loro plauso alla requisitoria di Pier Damiani contro la corruzione del clero, sciamano delle fiammelle che, disponendosi intorno a lui, emettono un grido tanto forte ("e fero un grido di sí alto suono"), che non ha termine di paragone a questo mondo ("che non potrebbe qui assomigliarsi").

I motivi principali di questo canto sono: la bellezza di Beatrice; la luce intensa e tangibile che caratterizza il cielo di Saturno; l'imperscrutabilità dei disegni divini;  la solitudine, la frugalità e la serenità che caratterizzano la vita di coloro che sulla terra sono dediti, come Pier Damiani, alla vita contemplativa, a cui si contrappone la corruzione dei pingui e viziosi esponenti del clero.

La figura di Pier Damiani, come molte altre figure del Paradiso, si distingue per l'energia, la volontà attiva, l'austera e appassionata dedizione al Bene.

 | home |

| temi |


Pagina aggiornata il 24.03.08
Copyright 2000-2008 Valentino Sossella