Dante fissa Beatrice ("Già eran gli occhi
miei rifissi al volto / della mia donna"), che non ride ("
E quella non ridea"), altrimenti abbaglierebbe il poeta, lo
ridurrebbe in cenere, come Semele, la figlia di Cadmo, allorquando
contemplò Giove in tutto il suo splendore ("tu ti faresti quale /
fu Semelé quando di cener fessi").
La bellezza di Beatrice, che aumenta di splendore quanto più si
salgono i gradini verso la dimora di Dio, l'Empireo ("che per le
scale / dell'etterno palazzo più s'accende / ..., quanto più si
sale"), se non mitigata ("se non si temperasse"),
schianterebbe le facoltà visive di Dante, come il ramo viene schiantato
dalla folgore ("sarebbe fronda che trono scoscende").
Siamo nel cielo di Saturno, il settimo ed ultimo dei cieli planetari ("Noi
sem levati al settimo splendore"), dove dimorano gli spiriti
dediti alla contemplazione.
Dentro il corpo trasparente e lucido (cristallo) di Saturno,
Dante vede una scala luminosa e dorata ("di color d'oro in che
raggio traluce / vid'io uno scaleo eretto in suso"), per i cui
gradini scendono anime luminose ("Vidi anche per li gradi scender
giuso / tanti splendor") a guisa di uccelli, precisamente di
mulacchie (pole) che, alzate in volo a scaldare le piume
intirizzite ("si movono a scaldar le fredde piume"),
alcune si allontanano ("poi altre vanno via sanza ritorno"),
altre tornano al punto di partenza ("altre rivolgon sé onde son
mosse"), altre ancora volteggiano sul posto ("e altre
roteando fan soggiorno").
Uno spirito, in particolare si avvicina a Dante e Beatrice. Dante non
sa se interrogarlo senza il permesso di Beatrice. Beatrice lo autorizza ("ella
... / mi disse: 'Solvi il tuo caldo disio'").
Dante pone allora all'anima beata due domande: che cosa l'ha spinta a
venirgli vicino ("fammi nota / la cagion che sí presso mi t'ha
posta") e perché non si ode in questo cielo il dolce canto che
risuona in Paradiso nelle altre ruote celesti ("e di' perché si
tace in questa rota / la dolce sinfonia di paradiso, / che giù per
l'altre suona sí divota").
Lo spirito gli risponde che la facoltà uditiva di Dante è quella
debole di un uomo mortale ("Tu hai l'udir mortale") e che
perciò rimarrebbe sopraffatto dai canti celesti così come dal sorriso di
Beatrice ("onde qui non si canta / per quel che Beatrice non ha
riso").
Inoltre lo informa che non si è avvicinato in virtù di meriti
particolari, ma perché questo è il compito che Dio gli ha assegnato.
Lo stesso spirito avrà poi modo di ribadire l'impossibilità della
mente umana di comprendere le ragioni dei decreti divini ("però
che sí s'innoltra nello abisso / dell'etterno statuto quel che chiedi,
/ che da ogni creata vista è scisso").
Anzi Dante, quando tornerà nel mondo dei vivi ("E al mondo
mortal, quando tu riedi"), deve riferire (rapporta)
ciò, in modo che gli uomini non ardiscano più investigare un problema
tanto arduo ("sí che non presumma / a tanto segno più mover li
piedi").
Dante abbandona allora la questione ("lasciai la
questione"), accettando il mistero, e passa a chiedere
all'anima beata chi fu ("chi fue") in terra.
L'anima si rivela essere Pier Damiani, nato a Ravenna nel 1007 presso
un'umile famiglia, che divenne monaco e quindi priore nell'eremo (ermo)
camaldolese di Fonte Avellana, alle pendici del monte Catria ("un
gibbo che si chiama Catria"), fra Gubbio e Pergola.
In tarda età Pier Damiani fu eletto cardinale, prese cioè quel
cappello cardinalizio ("Poca vita mortal m'era rimasa, / quando
fui chiesto e tratto a quel cappello"), che si trasmette ormai
da un soggetto indegno a un altro ancora peggiore ("che pur di
male in peggio si travasa").
E mentre san Pietro e san Paolo vissero poveramente ("Venne
Cefas e venne il gran vasello / dello Spirito Santo, magri e
scalzi"), i prelati contemporanei di Dante sono invece ghiotti
e amanti del lusso e dello sfarzo. Pretendono chi li sostenga da una
parte e dall'altra, chi se li incolli, tanto son grassi e pesanti (gravi),
e chi li spinga su per il sedere quando montano a cavallo ("chi
di retro li alzi").
Indignato, Pier Damiani conclude la propria invettiva: "Oh pazienza divina, che
cosa non sopporti!" ("oh pazienza che tanto sostieni!").
Per esprimere il loro plauso alla requisitoria di Pier Damiani
contro la corruzione del clero, sciamano delle fiammelle che,
disponendosi intorno a lui, emettono un grido tanto forte ("e
fero un grido di sí alto suono"), che non ha termine di
paragone a questo mondo ("che non potrebbe qui
assomigliarsi").
I motivi principali di questo canto sono: la bellezza di Beatrice; la
luce intensa e tangibile che caratterizza il cielo di Saturno;
l'imperscrutabilità dei disegni divini; la solitudine, la
frugalità e la serenità che caratterizzano la vita di coloro che sulla
terra sono dediti, come Pier Damiani, alla vita contemplativa, a cui si
contrappone la corruzione dei pingui e viziosi esponenti del clero.
La figura di Pier Damiani, come molte altre figure del Paradiso,
si distingue per l'energia, la volontà attiva, l'austera e appassionata
dedizione al Bene.