Come è usuale nei poemi epici, la terza Cantica della
Divina Commedia si apre con una protasi e un'invocazione.
Dio è il motore dell'universo. La sua gloria penetra e risplende per
l'universo, sebbene in una parte più e meno altrove. Il poeta è salito all'Empireo e vi ha scorto cose talmente sublimi,
che né la memoria, né il linguaggio umani sono in grado di riportare con
precisione.
L'invocazione di Dante è ad Apollo, il dio della poesia, affinché lo
renda ricettacolo dei suoi preziosi doni.
Se nelle precedenti cantiche (Inferno
e Purgatorio) Dante poteva servirsi dell'aiuto di un solo giogo
del Parnaso, quello abitato dalle Muse, ora abbisogna anche dell'altro
giogo, Cirra, abitato da Apollo.
Quindi Dante passa a narrare di come egli si sia mosso in volo dal Paradiso
terrestre, a mezzogiorno dell'equinozio di primavera.
Egli vede Beatrice con gli occhi fissi nel sole e cerca di imitarla, ma
non resiste a lungo e ritorna alla contemplazione del volto di lei.
"Trasumanar significar per verba
non si poría; [...]"
"L'innalzarsi oltre i limiti dell'umano", - afferma Dante -,
"non è cosa che si possa esprimere
con parole".
Smarrito, il poeta apprende da Beatrice di star correndo con
fulminea rapidità verso il cielo, mentre egli non sa darsene una spiegazione
razionale.
Beatrice, provando pietà per Dante e per gli evidenti limiti
dell'intelletto umano, gli spiega in termini filosofici e spirituali, ma
nello stesso tempo poetici, l'armonia dell'universo.
"Non devi stupirti", - conclude Beatrice -, "della tua
ascesa. Dovresti stupirti invece se, libero da peccati, tu fossi rimasto
giù sulla terra".
Tutto il primo canto del Paradiso è dominato dall'ispirazione
religiosa. Ciò che è materiale e assoggettato alle leggi fisiche viene
escluso. Risaltano l'anima, il tratto spirituale e l'aspetto religioso.