Dante Alighieri. Divina Commedia, Canto XVII del Paradiso

Dante sta, come Fetonte, con animo incerto e ansioso di fronte a Beatrice e a Cacciaguida, il suo trisavolo, cavaliere morto combattendo durante una crociata.

Nel suo viaggio nell'oltremondo, il poeta ha udito numerose e oscure predizioni che lo hanno turbato ("dette mi fuor di mia vita futura / parole gravi"), nonostante egli si senta tetragono ai colpi della sorte.
Egli vorrebbe sapere quali accadimenti lo attendono ("qual fortuna mi s'appressa"), in quanto il male antiveduto colpisce con minor dolore ("ché saetta previsa vien più lenta"). Cacciaguida gli risponde in modo chiaro ("per chiare parole e con preciso latin rispuose"), rifuggendo il linguaggio ambiguo ed enigmatico degli antichi oracoli.

Gli predice che, come accadde a Ippolito di Atene, lo attende un ingiusto esilio. Tutto è già stabilito negli ambienti della corrotta curia pontificia, per volontà di Bonifacio VIII ("la dove Cristo tutto dí si merca"). Come sempre accade, la colpa dei disordini civili sarà addebitata ai vinti, anche se il castigo dei veri colpevoli renderà alla fine testimonianza della verità.

Dante proverà "come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e 'l salir per l'altrui scale".

Ingrati e ostili verso Dante si riveleranno in particolare i suoi compagni fuoriusciti ("E quel che più ti graverà le spalle, / sarà la compagnia malvagia e scempia / con la qual tu cadrai in questa valle"), ma ne riceveranno castigo. Il corso delle loro azioni costituirà la miglior prova della loro stoltezza e sarà onorevole per il poeta essersene stato da solo ("sì ch'a te fia bello / averti fatta parte per te stesso").

Il primo rifugio per Dante sarà alla corte degli Scaligeri a Verona, presso Bartolomeo della Scala, che verrà incontro alle richieste del poeta prevenendole. Alla corte scaligera Dante vedrà quel Cangrande, fratello minore di Bartoleomeo, destinato a compiere memorabili imprese ("che notabil fien l'opere sue"). In lui il poeta deve riporre le proprie speranze.

Fornite le spiegazioni (chiose) di quanto a Dante è stato pronosticato nel suo viaggio all'Inferno e nel Purgatorio, Cacciaguida lo invita a non coltivare l'odio verso i propri concittadini, perché la sua vita si prolungherà ben oltre il momento in cui essi riceveranno il meritato castigo per le loro perfide macchinazioni.

Dante ora esprime a Cacciaguida il dubbio se debba comunicare ciò che ha appreso durante il suo viaggio, che per molti costituirà un'acre e sgradevole verità ("a molti fia sapor di forte agrume"), oppure tacere, rinunciando così alla fama tra i posteri.

Cacciaguida lo invita a dire con coraggio ciò che ha appreso, anche se a taluni ciò potrà dispiacere ("Ma nondimen, rimossa ogni menzogna, / tutta tua vision fa manifesta; / e lascia pur grattar dov'è la rogna"). Se la voce di Dante risulterà in un primo tempo molesta, quando sarà assimilata (digesta) procurerà a tutti un nutrimento vivificante.
Nel Purgatorio e nell'Inferno Dante ha incontrato soltanto le anime di persone famose ("anime che son di fama note") per il motivo che soltanto esempi potenti e persuasivi possono convincere il lettore.

Il tema fondamentale del canto è quello dell'esilio di Dante, affrontato in virile solitudine. Importante è anche il tema della missione poetica, che emerge, nell'ultima parte del canto, con la consapevolezza di Dante di aver composto un poema di  alto ammonimento e di alto insegnamento, capace di contribuire al rinnovamento della società cristiana.

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Pagina aggiornata il 20.03.08
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