Dante sta, come Fetonte, con animo incerto e ansioso di fronte a
Beatrice e a Cacciaguida, il suo trisavolo, cavaliere morto combattendo
durante una crociata.Nel suo viaggio nell'oltremondo, il poeta ha udito numerose e oscure
predizioni che lo hanno turbato ("dette mi fuor di mia vita futura
/ parole gravi"), nonostante egli si senta tetragono
ai colpi della sorte.
Egli vorrebbe sapere quali accadimenti lo attendono ("qual fortuna
mi s'appressa"), in quanto il male
antiveduto colpisce con minor dolore ("ché saetta previsa vien
più lenta"). Cacciaguida gli risponde in modo chiaro ("per
chiare parole e con preciso latin rispuose"), rifuggendo il linguaggio ambiguo ed enigmatico degli antichi
oracoli.
Gli predice che, come accadde a Ippolito di Atene, lo attende un
ingiusto esilio. Tutto è già stabilito negli ambienti della corrotta
curia pontificia, per volontà di Bonifacio VIII ("la dove
Cristo tutto dí si merca"). Come sempre accade, la colpa dei disordini civili sarà
addebitata ai vinti, anche se il castigo dei veri colpevoli renderà alla
fine testimonianza della verità.
Dante proverà "come sa di sale / lo pane altrui, e come è
duro calle / lo scendere e 'l salir per l'altrui scale".
Ingrati e ostili verso Dante si riveleranno in particolare i suoi
compagni fuoriusciti ("E quel che più ti graverà le spalle, /
sarà la compagnia malvagia e scempia / con la qual tu cadrai in questa
valle"), ma ne riceveranno castigo. Il corso delle loro
azioni costituirà la miglior prova della loro stoltezza e sarà onorevole
per il poeta essersene stato da solo ("sì ch'a te fia bello /
averti fatta parte per te stesso").
Il primo rifugio per Dante sarà alla corte degli Scaligeri a Verona, presso
Bartolomeo della Scala, che verrà incontro alle richieste del poeta prevenendole. Alla corte
scaligera Dante vedrà quel Cangrande, fratello
minore di Bartoleomeo, destinato a compiere memorabili imprese ("che
notabil fien l'opere sue"). In lui il
poeta deve riporre le proprie speranze.
Fornite le spiegazioni (chiose) di quanto a Dante è stato pronosticato nel suo
viaggio all'Inferno e nel Purgatorio, Cacciaguida lo invita a non
coltivare l'odio verso i propri concittadini, perché la sua vita si
prolungherà ben oltre il momento in cui essi riceveranno il meritato
castigo per le loro perfide macchinazioni.
Dante ora esprime a Cacciaguida il dubbio se debba comunicare ciò
che ha appreso durante il suo viaggio, che per molti costituirà un'acre
e sgradevole verità ("a molti fia sapor di forte agrume"),
oppure tacere, rinunciando così alla fama tra i posteri.
Cacciaguida lo invita a dire con coraggio ciò che ha appreso, anche
se a taluni ciò potrà dispiacere ("Ma nondimen, rimossa ogni
menzogna, / tutta tua vision fa manifesta; / e lascia pur grattar dov'è
la rogna"). Se la voce di Dante risulterà in un primo tempo molesta,
quando sarà assimilata (digesta) procurerà a tutti un
nutrimento vivificante.
Nel Purgatorio e nell'Inferno Dante ha incontrato soltanto le anime di
persone famose ("anime che son di fama note") per il
motivo che soltanto esempi potenti e persuasivi possono convincere il
lettore.
Il tema fondamentale del canto è quello dell'esilio di Dante,
affrontato in virile solitudine. Importante è anche il tema della
missione poetica, che emerge, nell'ultima parte del canto, con la
consapevolezza di Dante di aver composto un poema di alto
ammonimento e di alto insegnamento, capace di contribuire al
rinnovamento della società cristiana.