Dante e Virgilio sono appena
usciti dal bosco dei suicidi. Percorrono un argine pietroso al di là
del quale si stende un deserto infuocato. È qui che incontrano una
schiera di anime, una delle quali riconosce Dante e vi si intrattiene.
Si tratta di Brunetto Latini, notaio fiorentino, grande erudito del
tredicesimo secolo, famoso studioso di retorica e di dottrine politiche,
autore di trattati enciclopedici.
Un Maestro per Dante, col quale ha probabilmente conversato in
gioventù, che di certo molto contribuì con i suoi scritti
alla formazione dell'autore della Divina Commedia.
Difatti, scrive Dante:
(...) 'n la mente m'è fitta, e or m'accora,
la cara e buona immagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
m'insegnavate come l'uom s'etterna.
L'anima di Brunetto ha il viso bruciato. Egli è dannato nel settimo
cerchio, quello dei sodomiti, la cui pena è di essere sottoposti
ad una pioggia di fuoco, da cui non trovano riparo.
Durante il colloquio con Dante, Brunetto si scaglia con violenza
contro i fiorentini, predicendo a Dante l'esilio. Viceversa ha parole
lusinghiere per il poeta, di cui apprezza le qualità morali e artistiche e
a cui profetizza gloria futura.
L'atteggiamento di Dante verso Brunetto è di rispetto, quasi di
soggezione. Egli spiega al suo anziano maestro le ragioni del viaggio
che ha intrapreso.
Brunetto indica poi a Dante alcuni suoi compagni di
sventura, accomunati nel suo stesso "vizio". Si tratta di
ecclesiastici e di letterati molto in vista.
Il canto si conclude con Brunetto che è costretto a raggiungere di
corsa i suoi compagni.
Sorprende, ad una prima lettura, che Dante
abbia cacciato nel profondo dell'inferno un uomo valente, che egli
stesso considera un maestro e per cui dimostra di nutrire una profonda
stima. Al quale l'unisce, per di più, la dolorose esperienza
dell'esilio.
Ma Dante, lo sappiamo già per l'esperienza di lettura dei canti
precedenti (per esempio nel caso di Francesca e di Farinata), punisce
il peccato, non il peccatore, che continua a conservare, pur nella
pena, la sua grandezza. Si può essere peccatori e, nello stesso
tempo, persone di valore.
Questa ambivalenza nella costruzione dei personaggi è tipica delle
grandi opere dello spirito e non si ritrova soltanto nella Commedia
dantesca.
Inoltre, in Brunetto, Dante non sembra punire tanto l'omosessualità,
a cui non fa neppure riferimento, quanto, forse, il rapporto asimmetrico
che spesso si instaura fra un precettore adulto, potente e
culturalmente superiore e un giovinetto. In questo sta la corruzione,
su questo si basa la severità della condanna.