Il canto si apre con un'invettiva di Dante contro le
dissennate ambizioni terrene degli uomini ("O insensata cura de'
mortali"), che si perdono attendendo al
vano studio della giurisprudenza (iura) o della medicina, inseguendo la carriera
ecclesiastica o il potere mediante la sopraffazione o il raggiro, o
perseguendo il profitto nel commercio, nell'usura e nella pubblica
amministrazione, oppure dedicandosi ai piaceri carnali ("chi nel
diletto della carne involto / s'affaticava") o all'ozio.
Mentre lui, Dante, libero da tali bassezze ("da tutte queste cose
sciolto"), se ne sta con Beatrice nel
cielo del Sole.
San Tommaso, intanto, riprende a parlare, informando Dante che la
divina Provvidenza, che regola il corso delle vicende umane ( "che
governa il mondo"), ha mandato
sulla terra due principi con il compito di guidare e sostenere la Chiesa.
Si tratta di san Francesco e di san Domenico.
San Francesco fu ardente di carità come un Serafino ("L'un fu
tutto serafico in ardore"), san Domenico
splendente di sapienza come un Cherubino ("l'altro per sapienza in
terra fue / di cherubica luce uno splendore").
L'Aquinate passa poi a ordire il panegirico di San Francesco. Originario di Assisi, figlio di un mercante, Pietro
Bernardone, egli, per
amore di una donna, la Povertà, non esitò a entrare in conflitto col
padre ("che per tal donna, giovinetto, in guerra / del padre
corse").
Con la sua ricchezza spirituale, non compresa dagli uomini mondani, san
Francesco si guadagnò ben presto dei discepoli: Bernardo da Quintavalle,
Egidio, Silvestro ("'l venerabile Bernardo / si scalzò prima...
Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro"). Il suo ordine ottenne una prima
approvazione da papa Innocenzo ("da lui ebbe / primo sigillo a sua
religione"), poi una seconda, questa volte solenne e ufficiale,
da papa Onorio III, prima di ricevere da Cristo stesso, sulla cima aspra e
rocciosa della Verna, le Sacre Stimmate.
"da Cristo prese l'ultimo sigillo,
che le sue membra due anni portarno".
In punto di morte raccomandò ai suoi seguaci la Povertà e, coerentemente
al suo credo, alla Porziuncola, volle essere deposto nudo sulla nuda terra
("al suo corpo non volle altra bara").
Secondo le parole conclusive che
San Tommaso pronuncia a Dante, san Domenico, l'altro eletto da Dio a salvare la Chiesa, padre e
fondatore dell'ordine dei Predicatori, seguendo i precetti del quale si
accumulano virtù e meriti per la salvezza eterna ("per che, qual
segue lui com'el comanda, / discerner puoi che buone merce carca"),
ha purtroppo lasciato un gregge di seguaci ghiotti di altri cibi, rispetto a quelli raccomandati dal suo
pastore ("Ma il suo peculio di nova vivanda / è fatto
ghiotto"). Pochi rimangono fedeli. La maggior parte si è allontanata dai
precetti e ha perduto quella ricchezza spirituale che le dovrebbe servire
di alimento.
In questo canto, Dante polemizza con una concezione utilitaria del
sapere, aliena dall'amore della conoscenza, ma tesa esclusivamente al
guadagno materiale. Soprattutto polemizza contro la degenerazione della
Chiesa, di cui condanna l'attaccamento ai beni terreni dei suoi
rappresentanti.
Fulgido esempio da seguire è quello di San Francesco con il suo amore
per la povertà, allegorizzata nel canto come una donna.
La figura di san Francesco, come ce la presenta Dante in questo canto,
costruita sulla base delle biografie medioevali del santo di Assisi, si
staglia potente, energica e maestosa. Non c'è nessun indulgere, nelle
parole di Dante, al sentimentalismo e all'aneddotico.