Nato a Milano nel 1932 e morto a Parma nel 2004,
Giovanni Raboni è stato poeta e critico letterario.
I bei tempi dei brutti libri nasce dall'attività
giornalistica di Raboni. Raccoglie una ventina di articoli pubblicati su
l'"Europeo", "Il Messaggero" e "Rinascita".
Ne esce un libro compiuto, che mi preme segnalare, perché lo ritengo
uno dei più interessanti testi di critica letteraria usciti in Italia
negli ultimi decenni, dove il letterato milanese trincia giudizi critici
netti e talvolta severi su molti degli autori contemporanei che riscuotono maggiore
successo, adottando uno stile di grande chiarezza espositiva. Giudizi critici, non stroncature, esercizio che Raboni
aborriva, ritenendolo il più delle volte un'inutile smargiassata.
Così, d'altra parte, intende Raboni il ruolo del critico militante,
secondo lui un esperto che ha "il dovere di rendere un servizio
ai lettori, dicendo loro in modo chiaro e argomentato quello che pensa e
perché lo pensa, facendo del suo meglio per convincerli della
bontà e serietà delle proprie opinioni, insomma mettendo a loro
disposizione, per informarli e orientarli, la sua competenza, la sua
passione e la sua libertà intellettuale".
Poiché l'Italia è un Paese in cui si legge poco e male, Raboni ci
aiuta a districarci nei meandri rigogliosi dei prodotti offerti
dall'industria culturale. E non ha difficoltà a misurarsi e a giudicare
autentiche icone letterarie.
Di Borges, per esempio, Raboni parla come di "un eccellente
specialista e virtuoso [...] della moderna letteratura fantastica".
Salva le raccolte di racconti Finzioni e L'Aleph, giudicando
il resto della successiva e ridondante produzione dello scrittore
argentino "scadente". Reputa in definitiva Borges "uno
scrittore non grandissimo, anzi neppure grande", indegno della
"grottesca monumentalizzazione" di cui è stato fatto oggetto.
I limiti del romanziere praghese Milan Kundera, anch'egli acclamatissimo in
Italia, si manifestano, secondo Raboni, nello stile aforistico,
sentenzioso ed
esplicito proprio dei suoi maggiori libri di successo, pur giudicando
bellissimi il romanzo Lo scherzo e la raccolta di racconti Amori
ridicoli.
Tra gli "immortali" della letteratura italiana, Raboni non
risparmia i suoi strali ad Alberto Moravia, non al Moravia del primo
ventennio, l'autore degli Indifferenti, di Agostino e della
Romana, ma al
Moravia del dopoguerra, un romanziere invecchiato male, autore di libri
"che sembrano tentativi disperati e disperanti di rivestire di carne,
di verità espressiva, poche idee rudimentali, pochi e scheletrici luoghi
comuni sull'uomo e sulla società".
Il nome della rosa di Umberto Eco è considerato da Raboni
"un prodotto di alta e sofisticata ingegneria letteraria",
però non un bel libro.
Raboni esprime inoltre le proprie perplessità anche su De Carlo e
Citati, Alberto Savinio e Buzzati, Montale e Guido Morselli, Ceronetti e
Del Giudice. Pollice recto, invece, per (tra gli altri) Clemente Rebora,
Vittorio Sereni, Massimo Bontempelli, Mario Soldati, Piero Chiara, Tommaso
Landolfi, Paolo Volponi, Giovanni Testori, Cesare Garboli. I
giudizi, sia quelli più favorevoli che quelli meno benevoli, sono redatti
con onestà e obiettività; non sono mai banalmente e superficialmente
liquidatori, ma sempre argomentati e articolati.
Un libro che costituisce senz'altro per il lettore comune una preziosa
occasione per educare il proprio gusto personale.
I
libri di Giovanni Raboni