Giovanni Raboni, I bei tempi dei brutti libri, Transeuropa, 1988

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Nato a Milano nel 1932 e morto a Parma nel 2004, Giovanni Raboni è stato poeta e critico letterario.

I bei tempi dei brutti libri nasce dall'attività giornalistica di Raboni. Raccoglie una ventina di articoli pubblicati su l'"Europeo", "Il Messaggero" e "Rinascita". Ne esce un libro compiuto, che mi preme segnalare, perché lo ritengo uno dei più interessanti testi di critica letteraria usciti in Italia negli ultimi decenni, dove il letterato milanese trincia giudizi critici netti e talvolta severi su molti degli autori contemporanei che riscuotono maggiore successo, adottando uno stile di grande chiarezza espositiva. Giudizi critici, non stroncature, esercizio che Raboni aborriva, ritenendolo il più delle volte un'inutile smargiassata.

Così, d'altra parte, intende Raboni il ruolo del critico militante, secondo lui un esperto che ha "il dovere di rendere un servizio ai lettori, dicendo loro in modo chiaro e argomentato quello che pensa e perché lo pensa, facendo del suo meglio per convincerli  della bontà e serietà delle proprie opinioni, insomma mettendo a loro disposizione, per informarli e orientarli, la sua competenza, la sua passione e la sua libertà intellettuale".

Poiché l'Italia è un Paese in cui si legge poco e male, Raboni ci aiuta a districarci nei meandri rigogliosi dei prodotti offerti dall'industria culturale. E non ha difficoltà a misurarsi e a giudicare autentiche icone letterarie.

Di Borges, per esempio, Raboni parla come di "un eccellente specialista e virtuoso [...] della moderna letteratura fantastica". Salva le raccolte di racconti Finzioni e L'Aleph, giudicando il resto della successiva e ridondante produzione dello scrittore argentino "scadente". Reputa in definitiva Borges "uno scrittore non grandissimo, anzi neppure grande", indegno della "grottesca monumentalizzazione" di cui è stato fatto oggetto.

I limiti del romanziere praghese Milan Kundera, anch'egli acclamatissimo in Italia, si manifestano, secondo Raboni, nello stile aforistico, sentenzioso ed esplicito proprio dei suoi maggiori libri di successo, pur giudicando bellissimi il romanzo Lo scherzo e la raccolta di racconti Amori ridicoli.

Tra gli "immortali" della letteratura italiana, Raboni non risparmia i suoi strali ad Alberto Moravia, non al Moravia del primo ventennio, l'autore degli Indifferenti, di Agostino e della Romana, ma al Moravia del dopoguerra, un romanziere invecchiato male, autore di libri "che sembrano tentativi disperati e disperanti di rivestire di carne, di verità espressiva, poche idee rudimentali, pochi e scheletrici luoghi comuni sull'uomo e sulla società".

 Il nome della rosa di Umberto Eco è considerato da Raboni "un prodotto di alta e sofisticata ingegneria letteraria", però non un bel libro.

Raboni esprime inoltre le proprie perplessità anche su De Carlo e Citati, Alberto Savinio e Buzzati, Montale e Guido Morselli, Ceronetti e Del Giudice. Pollice recto, invece, per (tra gli altri) Clemente Rebora, Vittorio Sereni, Massimo Bontempelli, Mario Soldati, Piero Chiara, Tommaso Landolfi, Paolo Volponi, Giovanni Testori, Cesare Garboli.  I giudizi, sia quelli più favorevoli che quelli meno benevoli, sono redatti con onestà e obiettività; non sono mai banalmente e superficialmente liquidatori, ma sempre argomentati e articolati.

Un libro che costituisce senz'altro per il lettore comune una preziosa occasione per educare il proprio gusto personale.

I libri di Giovanni Raboni

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