Mi
è piaciuto Sul banco dei cattivi? Sì, mi è piaciuto, l'ho
letto d'un fiato. Intanto non si tratta del solito instant-book,
come molti lo hanno definito. Mi sembrerebbe in questo caso una
classificazione limitante: in genere gli instant-book sono
libri scritti in fretta, sulla scorta dell'attualità, spesso per fare
cassetta e assemblati alla bell'e meglio.
Sul banco dei cattivi raccoglie, invece, una serie di
riflessioni molto ponderate sulla narrativa italiana contemporanea che
va per la maggiore.
Si tratta di quattro saggi scritti da quattro tra i critici più
attendibili del nostro panorama letterario. Sono, è vero, delle
stroncature; ben argomentate e ricche di sfumature, però. Da lettore
comune non entro nel merito e non prendo partito. Di alcuni aspetti
specialistici capisco poco, ma alcune singole analisi mi hanno
convinto.
Soprattutto condivido l'idea di letteratura che fa da denominatore
comune ai quattro interventi, un'idea forte che concepisce la
letteratura come interrogazione di noi stessi e della realtà, come
capacità di cogliere le contraddizioni del reale, idea che mi sembra
ben sintetizzata da Filippo La Porta, che a pagina 67 del
libro scrive:
"la letteratura è visione del mondo, idee in situazione,
modello di realtà, scrittura come mezzo di conoscenza...".
Oggi sembrano invece dominare, - e, per rendersene conto, basta
leggersi anche soltanto i blog letterari che vanno per la maggiore -,
la chiacchiera inconcludente, il cazzeggio, lo spaccare il capello in
quattro pur di poter gratificare le proprie pulsioni narcisistiche ed
esibizioniste. Ci si interessa esclusivamente di come dire le cose,
trascurando l'intensità delle cose da comunicare. Uno spettacolo da
ultimi giorni dell'umanità.
"Abbiamo bisogno di tessuti diversi" scrive
Ferroni al termine del suo saggio. Abbiamo bisogno di scrittori di
cose e non solo di scrittori di parole.
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