CAIO GIULIO CESARE. Commentarii de bello civili. Rapida avanzata di Cesare (Libro I) XI

Erat iniqua condicio postulare, ut Caesar Arimino excederet atque in provinciam reverteretur, ipsum et provincias et legiones alienas tenere; exercitum Caesaris velle dimitti, dilectus habere; polliceri, se in provinciam iturum, neque, ante quem diem iturus sit, definire, ut, si peracto consulatu Caesaris non profectus esset, nulla tamen mendacii religione obstrictus videretur; tempus vero colloquio non dare neque accessurum polliceri magnam pacis desperationem adferebat. Itaque ab Arimino M. Antonium cum cohortibus quinque Arretium mittit; ipse Arimini cum duabus subsistit ibique dilectum habere instituit; Pisaurum, Fanum, Anconam singulis cohortibus occupat.

Era una pretesa illegittima esigere che Cesare si allontanasse da Rimini e ritornasse in provincia, che egli stesso tenesse in proprio potere e le province e le legioni non sue; pretendere che l'esercito di Cesare fosse congedato, reclutare soldati, promettere che egli si sarebbe recato nella provincia e non stabilire entro quale tempo sarebbe partito così che, se esercitato il consolato di Cesare sino alla fine egli non fosse partito, non apparisse tuttavia vincolato dallo scrupolo della menzogna; il fatto che Pompeo non fissasse una data per il colloquio e l'altro fatto che non promettesse che si sarebbe avvicinato cagionava la perdita di ogni speranza di pace. Pertanto egli (Cesare) mandò M. Antonio con cinque coorti da Rimini ad Arezzo; egli stesso rimase a Rimini con due (coorti) e lì stabilì che si reclutassero soldati, occupò con le sole coorti Pisa, Fano e Ancona.

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