Nel fisiologico conflitto fra le parti sociali,
imprenditori da una parte, lavoratori dall'altra, si
è instaurato, in questi ultimi mesi, un elemento di
aspro scontro, di forte contrapposizione, come non
succedeva da anni. Il motivo del contendere è
rappresentato dalla esplicita volontà del governo di
modificare l'articolo 18 dello Statuto dei
Lavoratori, quello che prevede il reintegro del
dipendente licenziato senza giusta causa.
Senza entrare nel merito di sottili e
specialistiche distinzioni giuridiche, si tratterebbe
di concedere agli imprenditori una maggiore libertà
di licenziare.
La Confindustria, il governo, la destra liberista
vedono nelle modifiche dell'articolo 18 un importante
passo avanti sulla strada della flessibilità e
dell'efficienza. I lavoratori e le loro
rappresentanze sindacali vedono, invece, nelle
manipolazioni dell'articolo 18 un pericoloso
attentato ai diritti acquisiti in anni di lotte, un
passo indietro nelle relazioni all'interno delle
imprese.
Forse la verità , questa volta, anziché nel
mezzo, sta proprio altrove.
Secondo molti esperti di economia e di diritto del
lavoro, quella sull'articolo 18 sta diventando una
contesa di principio, una sorta di guerra di
religione, dove molto incerti appaiono i benefici per
gli uni quanto abbastanza infondati i timori degli
altri.
Insomma, anche la modifica o la soppressione
dell'ormai famigerato articolo, non provocherebbe
cambiamenti granché rilevanti nello scenario
economico nazionale.
Personalmente, leggendo i giornali e seguendo i
dibattiti televisivi, mi hanno convinto più le
ragioni dei lavoratori che quelle dei
"riformatori".
Dopo i primi entusiasmi, i cittadini italiani si
stanno rendendo conto che trapiantare nel nostro
paese brandelli del modello economico americano, non
rende la vita migliore. Già i cauti cambiamenti che
stanno per essere introdotti nella sanità e nella
scuola non lasciano presagire nulla di buono: ticket
aggiuntivi e discriminazioni basate sul censo.
Dall'America stessa giungono segnali contraddittori,
voci critiche, allarmi ragionevolmente fondati;
milioni di cittadini americani vedono profilarsi
all'orizzonte della loro vita quotidiana nuove
insicurezze, nuove angosce, nuove povertà
determinate da uno sviluppo economico troppo
disordinato e incontrollato.
Lavorare nella totale incertezza del proprio futuro
toglie significato all'esistenza e finisce col rendere
precari i rapporti umani stessi.
Che in Italia, poi, ci sia bisogno di maggiore
flessibilità per favorire l'occupazione mi sembra
ipotesi largamente condivisibile. Una flessibilità,
semmai, bidirezionale. E, comunque, rimangono molte
le leve su cui agire per favorire l'occupazione,
senza ricorrere necessariamente a norme più
vessatorie nei confronti dei lavoratori: la
formazione, per esempio, il sistema del
"collocamento", l'orario di lavoro, la
mobilità all'interno del Paese. E poi infrastrutture
moderne, servizi efficienti, ammortizzatori sociali
adeguati. E, ultimo, ma non ultimo, iniezioni di
cultura manageriale aggiornata.
Cultura di cui, gli imprenditori italiani danno
talvolta l'impressione di difettare. Abituati a
prosperare in talune circostanze con il sostegno
economico dello Stato o sfruttando vantaggi
competitivi "discutibili" (la lira debole),
gli imprenditori italiani non costituiscono ancora
una classe dirigente matura. L'Italia abbisogna di
una borghesia illuminata, lungimirante, moderna,
colta, dotata di senso etico. Di imprenditori, come
fu il compianto Adriano Olivetti, capaci di
progettualità, di dare un significato al lavoro, di
coniugare l'etica e gli affari, di ripensare mezzi e
metodi organizzativi. Di andare al di là del
profitto da conseguire nel breve periodo, della
furbizia di piccolo cabotaggio, degli
"schei" come unica ragione di vita.
L'intero sistema economico italiano sembra, e non
solo per colpa degli imprenditori, bloccato,
ingessato, per certi versi anacronistico, poco
competitivo a livello internazionale, troppo teso
alla difesa di privilegi piccoli, ma più spesso
grandi, ingiustificati, feudali.
Licenziare i più deboli non mi sembra il miglior
punto di partenza di un'ideale riforma.