Credo che parlare di anziani
susciti in molti giovani una reazione di rigetto. Più di tanto
l'argomento non riesce a coinvolgere. Anche da parte mia esiste
una notevole difficoltà a identificarmi con loro, a capire la loro psicologia.
Ciò dipende dalla frattura generazionale e dalla negazione della vecchiaia,
molto diffusa nella nostra
società.
I valori dell'anziano appartengono a un'altra epoca, spesso sono ancora
i valori di una società preindustriale, estranea al modo di sentire
degli adolescenti di oggi.
Mi viene in mente, ad esempio, l'atteggiamento nei confronti
dell'autorità, mutato nel giro di poche generazioni, dalla
sottomissione all'antiautoritarismo.
Il meccanismo della negazione agisce invece attraverso altre
modalità. La società contemporanea privilegia la produzione e il
consumo e di conseguenza la vita attiva, il successo. L'anziano,
emarginato spesso precocemente dal processo produttivo, sul quale egli
stesso fondava la propria identità, perde la stima degli altri e di
riflesso la propria.
Il suo destino sembra essere l'isolamento, la solitudine, la mancanza di
rapporti personali significativi.
Ciò incide sulle sue condizioni fisiche e psichiche. Frequenti sono
le sindromi "psicopatologiche" in questa età; la vita può
essere avvertita sovente come priva di significato. Numerosi i tentativi
di suicidio, per richiamare su di sé l'attenzione; purtroppo ancora
più numerosi i suicidi "riusciti".
La mancanza di cultura e
lo scarso reddito impediscono a molti anziani di usufruire del proprio
tempo libero in termini gratificanti. Le passeggiate e la televisione
finiscono per costituire gli unici svaghi che i vecchi possono
permettersi. La sessualità degli anziani è ancora un argomento
tabù, che suscita la riprovazione sociale; la diminuzione di
efficienza in alcuni compiti, i deficit sensoriali di vista e udito
vengono sottolineati negativamente da una società in cui vige l'etica
della prestazione.
Se l'estromissione dal mondo del lavoro comporta
ripercussioni più pesanti per il vecchio di sesso maschile, per le
donne la vecchiaia pone nuovi problemi. Succede che i figli, a una
certa età, escano di casa formandosi una famiglia propria. Ciò
comporta ancora per molte donne la perdita di una ragione di vita: identificatasi
per tanti anni nel ruolo di madre, la donna deve cercare altre ragioni
e altri interessi.
La menopausa comporta nuovi problemi: può finalmente permettere alla
donna di vivere più liberamente la propria sessualità, ma più
spesso determina una crisi personale, per l'impossibilità di divenire
ancora madre e per la percezione di una progressiva riduzione
dell'avvenenza fisica, in cui è difficile stabilire quanto giochi il
fattore biologico e quanto quello culturale.
È certo però che questi avvenimenti possono determinare nella donna
una riduzione dell'autostima.
Quando la sua condizione si accompagna alla malattia, l'anziano
finisce col costituire un intralcio alla vita caotica,
"attiva" dei sani, divisa tra il lavoro e un tempo libero,
consacrato al consumo e all'esibizione degli status-symbol.
L'anziano
malato è allora destinato a diventare ospite di quelle
strutture-ghetto, che la società riserva a chi vive fuori dai valori
dominanti.
Tutto sommato, l'ospedale non è l'istituzione più emarginante, fra
quelle previste per l'anziano.
Tuttavia la logica paraindustriale e aziendale della organizzazione
ospedaliera, nonché il tecnicismo e l'impersonalità degli
interventi, fanno dell'ospedalizzazione un momento di crisi e di
violenza per il malato.
Si dice che l'anziano sia particolarmente
ansioso per la propria salute. L'ansia centrata sul corpo è in
realtà espressione di un'insicurezza più diffusa, legata a una
condizione esistenziale precaria.
In ospedale l'anziano può risultare particolarmente noioso. Le
modalità di reazione alla malattia sono quelle descritte nei manuali
di psicologia medica: regressione, negazione, isolamento, formazione
reattiva.
Tutto sembra dipendere dalla struttura individuale della personalità
e dalle situazioni specifiche del momento.
In questi casi si deve
comprendere che se l'anziano si comporta infantilmente, si lamenta
dell'assistenza o del cibo, nega di aver bisogno di cure, diventa
aggressivo, ciò deriva non tanto dal fatto che sia cattivo o
deteriorato, quanto da una difficoltà, da cui si difende come può.
Ciò non significa che in alcuni frangenti non sia utile aggredire,
almeno superficialmente tali difese; tuttavia la capacità di
operatori e familiari di capire la reazione dell'anziano ammalato,
può già stemperare parecchio la frustrazione di subire risposte
incongruenti.
La conclusione della vita riguarda ciascuno di noi e
il vecchio in modo particolare. Morte e vecchiaia, un tempo non
necessariamente correlate, perché epidemie, carestie e guerre
mietevano vittime ancora in giovane età, costituiscono oggi un
binomio inscindibile.
E come già per la vecchiaia, anche nei confronti della morte la
società occidentale reagisce con la rimozione. La morte contraddice i
miti di felicità e successo dell'uomo contemporaneo. Egli ne prende
le distanze, la privatizza, la isola dietro un paravento, in un
solitario letto d'ospedale.
A parte artisti e scrittori, pochi
studiosi si sono occupati del tema della morte, un vero tabù
culturale dei nostri giorni. Tra questi la più importante è
Elisabeth Kübler-Ross. La psichiatra di origine svizzera, ma
americana di adozione riconosce almeno quattro fasi nella reazione
dell'uomo di fronte alla morte: la negazione, la rabbia, la
depressione e l'accettazione.
Purtroppo accompagnare una persona nell'affrontare la morte non è
consuetudine dei nostri ospedali. L'enfasi è posta sulla tecnica, in
sé buona, che però in questo caso maschera, attraverso la negazione
della morte dell'altro, la negazione della propria.
Penso non sia
facile, soprattutto nelle situazioni concrete, spesso così difficili
da rapportare a un modello teorico, assistere un uomo che muore.
L'assistenza completa alla persona morente è una realtà in divenire,
verso cui la società e la scienza sembrano essersi sensibilizzati
negli ultimi anni, con la creazione, ad esempio degli hospice.
Certamente molto lavoro organizzativo e culturale rimane ancora da
fare.
È tempo, a mio avviso, che in campo sanitario l'egemonia del
modello scientifico, tecnologico, sperimentale si attenui per lasciar
spazio a un'idea di assistenza sanitaria globale e multidisciplinare.
Soltanto così potremo affrontare il progressivo invecchiamento della
popolazione e i problemi sanitari connessi. E solo così potremo
prenderci cura dell'anziano, nel pieno rispetto di tutte le dimensioni
della sua personalità.