Ricordo una fredda mattinata invernale, una
lezione di anatomia noiosa, forse a causa del mio
scarso interesse per la materia, o perché il
professore, pur preparato, non aveva facilità di
parola e si schiariva continuamente la voce, tossicchiava, per prendere tempo e riempire le pause
di un eloquio tortuoso. La mia attenzione venne
catturata dalla foto di un giovane barbuto, di poco
più grande di me, con un giaccone col collo di pelo,
gli occhiali, l'aria piacevolmente trasandata e
intelligente, che occhieggiava nelle pagine centrali,
culturali dell'Espresso. Era una ventina di anni fa,
la faccia era quella di Pier Vittorio Tondelli, un
nuovo scrittore emiliano. Il suo libro, Altri
libertini, era osannato da un grande critico.
Provai invidia e ammirazione per un coetaneo
capace così presto di distinguersi, di raggiungere
il successo e per leggere l'articolo non seguii più
la noiosa lezione di anatomia. Impaziente corsi in
una libreria del centro a comprare l'opera di questo
giovane astro nascente della letteratura italiana,
uno studente universitario forse poco convinto, come
me.
Il libro fu inferiore alle aspettative, ma mi piacque. Altri libertini è un On the road
trapiantato nelle nebbie padane. L'Emilia è lo
scenario dell'azione e diventa, come nel successivo Rimini,
provincia americana. Vite scombinate, tossici e
travestiti, puttane e ubriachi, stazioni, immondizia,
sangue e merda, ma anche una dionisiaca voglia di
vita, di tirar tardi, di incontri, di viaggi.
Tondelli guarda alla beat generation, a
Kerouac, ma anche a Marcuse e Guattari; rappresenta
una generazione che non si riconosce più nei valori
tradizionali della famiglia, del duro lavoro di
fabbrica, dell'ordine, della parsimonia, della
religione. Questa Italia che ha prodotto il boom
economico viene ripudiata dalle nuove leve. Tondelli
dà voce ad una gioventù che scava nel caos dei
propri desideri, che è emarginata e prova attrazione
per l'autodistruzione, che vuole bruciare tutte le
proprie energie, le proprie potenzialità, che vuole
sperimentare un vivere altro. La scrittura è,
infatti, brillante, divertente e divertita, poco
rispettosa del modo di narrare tradizionale e della
punteggiatura. Un linguaggio solo in apparenza
sconclusionato, in verità meditato e scoppiettante.
Tondelli, per me, almeno un posto di minore, nella
nostra storia letteraria del Novecento, se l'è
guadagnato. I suoi libri reggono alla prova del tempo
e hanno raccontato le trasformazioni dell'Italia,
perlomeno del mondo giovanile, con maggiore vivacità
di autori più acclamati. Un dubbio soltanto: davvero
le vie dell'eccesso portano al Palazzo della
Saggezza? La Storia, purtroppo, ci ha dimostrato il
contrario.
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