Pier Vittorio Tondelli, Altri libertini, Feltrinelli, 1980

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copertinaRicordo una fredda mattinata invernale, una lezione di anatomia noiosa, forse a causa del mio scarso interesse per la materia, o perché il professore, pur preparato, non aveva facilità di parola e si schiariva continuamente la voce, tossicchiava, per prendere tempo e riempire le pause di un eloquio tortuoso. La mia attenzione venne catturata dalla foto di un giovane barbuto, di poco più grande di me, con un giaccone col collo di pelo, gli occhiali, l'aria piacevolmente trasandata e intelligente, che occhieggiava nelle pagine centrali, culturali dell'Espresso. Era una ventina di anni fa, la faccia era quella di Pier Vittorio Tondelli, un nuovo scrittore emiliano. Il suo libro, Altri libertini, era osannato da un grande critico.

Provai invidia e ammirazione per un coetaneo capace così presto di distinguersi, di raggiungere il successo e per leggere l'articolo non seguii più la noiosa lezione di anatomia. Impaziente corsi in una libreria del centro a comprare l'opera di questo giovane astro nascente della letteratura italiana, uno studente universitario forse poco convinto, come me.

Il libro fu inferiore alle aspettative, ma mi piacque. Altri libertini è un On the road trapiantato nelle nebbie padane. L'Emilia è lo scenario dell'azione e diventa, come nel successivo Rimini, provincia americana. Vite scombinate, tossici e travestiti, puttane e ubriachi, stazioni, immondizia, sangue e merda, ma anche una dionisiaca voglia di vita, di tirar tardi, di incontri, di viaggi. Tondelli guarda alla beat generation, a Kerouac, ma anche a Marcuse e Guattari; rappresenta una generazione che non si riconosce più nei valori tradizionali della famiglia, del duro lavoro di fabbrica, dell'ordine, della parsimonia, della religione. Questa Italia che ha prodotto il boom economico viene ripudiata dalle nuove leve. Tondelli dà voce ad una gioventù che scava nel caos dei propri desideri, che è emarginata e prova attrazione per l'autodistruzione, che vuole bruciare tutte le proprie energie, le proprie potenzialità, che vuole sperimentare un vivere altro. La scrittura è, infatti, brillante, divertente e divertita, poco rispettosa del modo di narrare tradizionale e della punteggiatura. Un linguaggio solo in apparenza sconclusionato, in verità meditato e scoppiettante.

Tondelli, per me, almeno un posto di minore, nella nostra storia letteraria del Novecento, se l'è guadagnato. I suoi libri reggono alla prova del tempo e hanno raccontato le trasformazioni dell'Italia, perlomeno del mondo giovanile, con maggiore vivacità di autori più acclamati. Un dubbio soltanto: davvero le vie dell'eccesso portano al Palazzo della Saggezza? La Storia, purtroppo, ci ha dimostrato il contrario.

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