Italo Calvino, Il visconte dimezzato, Mondadori, 2000

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copertinaIl visconte Medardo di Terralba, figlio del vecchio e stanco delle faccende del mondo Aiolfo, parte per una guerra fra cristiani e turchi, dove in uno scontro avvenuto in Boemia viene dilaniato da una palla di cannone.
Il Medardo che torna al castello e alle sue terre è un essere letteralmente dimezzato in senso longitudinale.
Egli comincia a compiere efferate scorribande e ad angariare sudditi e popolazioni limitrofe: parenti, contadini, la balia Sebastiana, i lebbrosi "edonisti" di Pratofungo, l'austera e laboriosa comunità di ugonotti di Col Gerbido con a capo il vecchio Ezechiele.

Sennonché un bel giorno compare sulla scena un vagabondo che è la copia complementare di Medardo il Gramo. Si tratta difatti dell'altra metà di Medardo, quella virtuosa, il Buono, rocambolescamente sopravvissuta anch'essa alla guerra.
Come il primo si distingue per la crudeltà e la ferocia, il secondo si segnala per la bontà a volte persino esasperante.

I due, che stanno entrambi per sposare la giovane, concreta e carnale Pamela, finiscono per sfidarsi a duello, durante il quale si feriscono consentendo all'improbabile dottor Trelawney, un'originale più dedito al vino e al tresette che a curare le malattie del prossimo, di ricomporre le due parti in un unico essere, un Medardo finalmente e di nuovo intero.

Il narratore della storia è un nipote di Medardo, un bimbo pieno di curiosità che partecipa attivamente alla vicenda.
Rilevante è pure un altro personaggio, Mastro Pietrochiodo, particolarmente abile nel costruire forche e strumenti di tortura per conto di Medardo il Gramo, incarnazione della confusione e indifferenza etiche dello scienziato contemporaneo e del mondo della tecnica in genere.
Calvino lascia tuttavia intendere che esiste una possibilità di riscatto per la scienza, con l'impiego delle macchine al servizio del Bene (Pietrochiodo finirà con il costruire mulini).

Fiaba dunque ricca di simboli e allegorie, apologo illuminista sulla condizione "dimidiata" dell'uomo contemporaneo, Il visconte dimezzato, pubblicato per la prima volta nel 1952 e facente parte della trilogia I nostri antenati, dimostra la propensione di Calvino al fantastico. E' lo stesso Calvino a suggerircene in alcune note una chiave di lettura, dichiarandosi influenzato dalle teorie di Marx e di Freud:
(...) mutilato, incompleto, nemico a se stesso è l'uomo contemporaneo(...); uno stato di antica armonia è perduto, a una nuova completezza si aspira.

La salvezza sembra consistere nel tentativo, storicamente determinato, di armonizzare istinto e coscienza morale, di conciliare il dottor Jeckill e il Mr Hyde racchiusi in ciascuno di noi, nel ritrovare un equilibrio che sembra la sola promessa di una possibile felicità.

La sofferenza dell'uomo contemporaneo alienato e dimezzato non sembra tuttavia inutile, ma prepara ad una consapevolezza superiore:
Ero intero e tutte le cose erano per me naturali e confuse, stupide come l'aria; credevo di veder tutto e non era che la scorza. Se mai tu diventerai metà di te stesso, e te l'auguro, ragazzo, capirai cose al di là della comune intelligenza dei cervelli interi. Avrai perso metà di te e del mondo, ma la metà rimasta sarà mille volte più profonda e preziosa.
(...) O Pamela, questo è il bene dell'essere dimezzato: il capire d'ogni persona e cosa al mondo la pena che ognuno e ognuna ha per la propria incompletezza. Io ero intero e non capivo, e mi muovevo sordo e incomunicabile tra i dolori e le ferite seminati dovunque.

Lo stile di Calvino, anche in questo libro, è all'insegna della precisione lessicale, della leggerezza e della geometria., molto moderno, non a caso ammirato e imitato da molti autori contemporanei (leggendo Il visconte mi sono tornate in mente certe narrazioni, certo più ridondanti, di Baricco, all'insegna del fantastico).

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