Il visconte Medardo di
Terralba, figlio del vecchio e stanco
delle faccende del mondo Aiolfo, parte per una
guerra fra cristiani e turchi, dove in uno scontro
avvenuto in Boemia viene dilaniato da una palla di
cannone.
Il Medardo che torna al castello e alle sue terre è
un essere letteralmente dimezzato in senso
longitudinale.
Egli comincia a compiere efferate scorribande e ad
angariare sudditi e popolazioni limitrofe: parenti,
contadini, la balia Sebastiana, i lebbrosi
"edonisti" di Pratofungo, l'austera e
laboriosa comunità di ugonotti di Col Gerbido con a
capo il vecchio Ezechiele.
Sennonché un bel giorno compare sulla scena un
vagabondo che è la copia complementare di Medardo il
Gramo. Si tratta difatti dell'altra metà di Medardo,
quella virtuosa, il Buono, rocambolescamente
sopravvissuta anch'essa alla guerra.
Come il primo si distingue per la crudeltà e la
ferocia, il secondo si segnala per la bontà a volte
persino esasperante.
I due, che stanno entrambi per sposare la giovane,
concreta e carnale Pamela, finiscono per sfidarsi a
duello, durante il quale si feriscono consentendo
all'improbabile dottor Trelawney, un'originale più
dedito al vino e al tresette che a curare le malattie
del prossimo, di ricomporre le due parti in un unico
essere, un Medardo finalmente e di nuovo intero.
Il narratore della storia è un nipote di Medardo,
un bimbo pieno di curiosità che partecipa
attivamente alla vicenda.
Rilevante è pure un altro personaggio, Mastro
Pietrochiodo, particolarmente abile nel costruire
forche e strumenti di tortura per conto di Medardo il
Gramo, incarnazione della confusione e indifferenza
etiche dello scienziato contemporaneo e del mondo
della tecnica in genere.
Calvino lascia tuttavia intendere che esiste una
possibilità di riscatto per la scienza, con
l'impiego delle macchine al servizio del Bene (Pietrochiodo
finirà con il costruire mulini).
Fiaba dunque ricca di simboli e allegorie, apologo
illuminista sulla condizione "dimidiata"
dell'uomo contemporaneo, Il visconte dimezzato,
pubblicato per la prima volta nel 1952 e facente
parte della trilogia I nostri antenati,
dimostra la propensione di Calvino al fantastico. E'
lo stesso Calvino a suggerircene in alcune note una
chiave di lettura, dichiarandosi influenzato dalle
teorie di Marx e di Freud:
(...) mutilato, incompleto, nemico a se stesso è
l'uomo contemporaneo(...); uno stato di antica
armonia è perduto, a una nuova completezza si
aspira.
La salvezza sembra consistere nel tentativo,
storicamente determinato, di armonizzare istinto e
coscienza morale, di conciliare il dottor Jeckill e
il Mr Hyde racchiusi in ciascuno di noi, nel
ritrovare un equilibrio che sembra la sola promessa
di una possibile felicità.
La sofferenza dell'uomo contemporaneo alienato e
dimezzato non sembra tuttavia inutile, ma prepara ad
una consapevolezza superiore:
Ero intero e tutte le cose erano per me naturali
e confuse, stupide come l'aria; credevo di veder
tutto e non era che la scorza. Se mai tu diventerai
metà di te stesso, e te l'auguro, ragazzo, capirai
cose al di là della comune intelligenza dei cervelli
interi. Avrai perso metà di te e del mondo, ma la
metà rimasta sarà mille volte più profonda e
preziosa.
(...) O Pamela, questo è il bene dell'essere
dimezzato: il capire d'ogni persona e cosa al mondo
la pena che ognuno e ognuna ha per la propria
incompletezza. Io ero intero e non capivo, e mi
muovevo sordo e incomunicabile tra i dolori e le
ferite seminati dovunque.
Lo stile di Calvino, anche in questo libro, è
all'insegna della precisione lessicale, della
leggerezza e della geometria., molto moderno, non a
caso ammirato e imitato da molti autori contemporanei
(leggendo Il visconte mi sono tornate in
mente certe narrazioni, certo più ridondanti, di
Baricco, all'insegna del fantastico).
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