Romanzo
di impronta autobiografica, considerato dalla critica come il
migliore fra quelli pubblicati da Busi, Vita standard di un venditore
provvisorio di collant, la cui prima edizione risale al 1985, narra le vicende di Angelo Bazarovi, studente
universitario che si mantiene facendo lavoretti precari, tra i quali il
traduttore.
Il protagonista ha un cognome che richiama alla memoria del lettore quel
dottor Bazarov, personaggio chiave di Padri e figli di Turghenev,
al quale lo accomuna il fatto di essere un uomo determinato, radicale e
"sperimentale".
Nella sua ricerca di mezzi di sostentamento Angelo conosce Celestino
Lometto, titolare di una ditta che vende collant. Lo accompagna in vari
viaggi in macchina per l'Europa, ne diviene l'interprete favorito, gli fa
concludere lucrosi affari. Tra i due c'è tuttavia una differenza
abissale di abitudini, di valori, di visioni del mondo.
Lometto diviene coprotagonista del romanzo. Politicamente
qualunquista e tradizionalista, Lometto mette davanti ad
ogni cosa il proprio "particolare", inteso come massimo
profitto e salvaguardia amorale della propria famiglia. Fisicamente quasi
repellente, culturalmente deprivato ("a Lometto non interessava
niente: né i musei né il teatro né il cinema né la musica né
l'opera, niente di niente che non fosse il nylon, la sua
tecnologia"), Lometto è volgare ("Fra te e i tuoi soci
siete tutti una manica di bifolchi" osserva Angelo), si esprime di preferenza in
dialetto, è micragnoso, avido, astuto, senza scrupoli. È innocentemente
cinico: quando fiuta un affare, nessuna considerazione di carattere etico lo ferma.
Lometto ha una moglie, una meridionale di nome Edda, che gli è
totalmente sottomessa e tre figli maschi, con nomi longobardi che
terminano con la desinenza -ario, Ilario, Belisario e Berengario, già rozzi come
il padre e la cui principale occupazione è sopprimere e impagliare
animali.
Angelo e Lometto collaborano, ma sarebbe meglio dire, si
fronteggiano. Il giovane studente è assertivo e tiene testa alla
volgarità e alle pretese di Lometto. I loro viaggi si trasformano non
di rado in
avventurose peripezie. A Lometto poco importa dell'omosessualità di
Angelo, se questa non ostacola i suoi affari.
Ad un certo punto a Lometto viene l'ubbia di mettere al mondo un
figlio americano, che magari domani diventerà Presidente degli Stati
Uniti. Un delirio da ascesa sociale il suo, l'aspirazione di una mente
totalmente priva di spiritualità.
Incarica Angelo, che conosce le lingue, di accompagnare la moglie in
America. Ma le cose non vanno per il verso giusto. Nella clinica di
New York, diretta da un improbabile ostetrico tedesco, il
professor Witzleben, nasce una bimba e per giunta mongoloide.
Si tratta per Lometto di uno scacco insopportabile. Medita di far
fuori la piccola e ne incarica Angelo, promettendogli in cambio un
mucchio di soldi. Angelo, invece, riesce a salvare Aurora e la fa
atterrare viva, insieme alla madre, in Italia.
Dopo due settimane la neonata, però, muore. Apparentemente di
meningite fulminante. Angelo, tuttavia, ritiene che sia stata
soppressa e sospetta che ci sia lo zampino di Lometto anche in altro
fatto di cronaca risalente ad alcuni anni prima, il suicidio di una
ragazza madre poliomielitica e del Sud, Santina Tartaglione, cui
Lometto aveva rifiutato un lavoro.
L'epilogo ci racconta di incesti, figli illegittimi e
contraffazione di farmaci proibiti, in un'atmosfera cupa e surreale in
cui il commercio si mischia al crimine.
Come già mi era successo con Seminario sulla gioventù, ho
faticato a seguire Busi nel suo articolato incipit. Poi il romanzo
scorre piacevolmente, con dialoghi serrati.
Busi racconta, con acume profetico, l'Italia rampante degli anni
Ottanta, individuando una linea di sviluppo che continua anche oggi.
Il romanzo, ambientato principalmente nel triangolo Mantova- Brescia-
Verona, ci racconta di un'Italia capace di far soldi, ma priva di una
progettualità più ampia; una classe imprenditoriale, in questo caso
quella del Nord, non in grado di vedere al di là del proprio tornaconto
immediato; una borghesia spaccona e piena di certezze, inidonea a
costituirsi classe dirigente, che si dibatte fra
intrallazzi, corruzioni, maneggi, gli stessi che ancor oggi occupano
per qualche settimana le prime pagine dei giornali e che vengono
presto dimenticati, perché entrati ormai a far parte del costume
nazionale.
Con Busi (e con Tondelli), la narrativa italiana compie un passo
liberatorio: l'omosessualità, anche nelle sue manifestazioni più
esplicite, non è più un tabù. E il realismo di Busi si spinge fino
a descriverci le insoddisfazioni e le infelicità degli amori
omoerotici, in questo non diversi da quelli eterosessuali, mentre
incombe sullo sfondo lo spettro inquietante dell'Aids.
In un'Italia che si sente minacciata dal timore della pedofilia,
facendo spesso confusione su chi potrebbe rendersi responsabile di
tali abusi, lo scrittore bresciano sa raccontarci di quale
disinteressata tenerezza può essere capace un omosessuale verso i
bambini.
Romanzo picaresco, Vita standard di un venditore
provvisorio di collant attinge a un linguaggio stralunato,
ricchissimo di vocaboli, che mischia l'italiano alto al dialetto e al
parlato. A proposito di questo romanzo di Busi e del precedente Seminario
sulla gioventù, la critica ha parlato di prosa di stampo
folenghiano.
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