Sandra Petrignani, Vecchi. Un'impresa tenera e fallimentare, Baldini&Castoldi, 1999

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copertinaLa vecchiaia è l'oggetto di questo libro, la vecchiaia e quella particolare istituzione totale, sottoposta raramente a verifiche e controlli, che è l'ospizio.

La condizione dei vecchi è uno dei grandi problemi rimossi dalle società ricche, dove, con fredda e burocratica violenza, milioni di persone che non incarnano più i valori dominanti e non sono più vincenti nello struggle of life, vengono silenziosamente emarginate, escluse, reiette.

E fa bene la Petrignani a raccontare tutto questo nel suo libro, un collage di esperienze vitali cui la scrittrice rende dignità letteraria, un resoconto a metà strada fra la narrativa e la sociologia, almeno quella più avveduta e metodologicamente aggiornata.

E così ci vengono messe sotto il naso verità di cui non vorremmo essere consapevoli, i drammi, le incomprensioni familiari e generazionali, la perdita di dignità, le frustrazioni, le miserie, le umiliazioni di una stagione della vita che reclamerebbe una maggiore serenità.

Spesso le vite narrate in prima persona dagli anziani, con la mediazione della scrittrice, sono esistenze semplici, fatte di pensieri, sentimenti e piaceri elementari, ma, tristi o felici, comunque soggettivamente cariche di significato rispetto al nulla che spesso connota la condizione esistenziale dei vecchi istituzionalizzati.

Forse proprio questa semplicità, che si riflette anche nella scrittura della Petrignani, sobria, piana, del tutto aliena da funambolismi verbali, è, a mio parere, un limite del libro.
La desolazione assolutamente verosimile della vecchiaia, finisce con l'ingrigire l'esistenza tout court dei personaggi narranti, quasi che la depressione e il decadimento delle funzioni fisiche e psichiche che così di frequente accompagna l'età avanzata, facciano da filtro alle esperienze passate, persino a quelle giovanili.
Raro in questo libro trovare guizzi vitali, fossero pure di rabbia o di ribellione. Inoltre, a volte, nei racconti si avverte una certa convenzionalità, lo stereotipo è spesso in agguato.
Anche Cosima, l'infermiera che si occupa degli anziani con dedizione, non mi è parsa un personaggio particolarmente riuscito, assomiglia a una soccorrevole ma un po' rozza figurina del passato, manca di spessore culturale e vitale, di complessità.

Un testo, tuttavia, che a parte queste irrilevanti riserve, mi sembra molto utile e stimolante e che sottolinea come il vissuto dei vecchi sia spesso all'insegna del dolore, psicologico prima che fisico; un libro che va beneficamente oltre i trionfalismi involontariamente grotteschi dei gerontologi che scrivono sui media.

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