Mario Tobino, Una giornata con Dufenne, Mondadori, 2008

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copertina libroIl questore Berlinga telefona al dottor Giustiniani per invitarlo alla festa annuale degli ex allievi del collegio lasseriano di Collevinci. I due non si vedono da decenni e il dottor Giustiniani, medico di manicomio e narratore della vicenda, non si ricorda neanche più del vecchio compagno. Fissato l'appuntamento, Berlinga il giorno stabilito ha la febbre e non può perciò presentarsi. Al suo posto manda ad accompagnare il medico un altro ex allievo di quel collegio che, fondato da Don Lasser (nella realtà Don Bosco), raccoglieva adolescenti inquieti, difficili e sbandati, alcuni dei quali sapranno di frequente, grazie alla sicurezza di un "nido", compensare "gli squilibri" e raggiungere "un equilibrio più alto"
Manda Gastone Dufenne, l'originale personaggio sui cui ruota l'intero racconto di Tobino, quel Dufenne che aiutò il dottor Giustiniani all'esame di maturità, passandogli il tema di greco e permettendogli quindi di superare una drammatica impasse.

Dufenne è un individuo un po' "strano". Avvocato, ha preferito all'esercizio dell'attività forense un posto di impiegato al catasto. E' sposato, ha un figlio; la moglie è farmacista. Appassionato della bicicletta, con cui compie, da solo o con un amico ingegnere, lunghe gite domenicali, Dufenne è una persona solitaria, schiva, poco amante della mondanità, ma nello stesso tempo un acuto osservatore. Sta in disparte per meglio osservare gli altri e la vita, materia su cui poi elaborare profonde riflessioni. 

"Uno di quei personaggi della Commedia dell'arte che sembrano di secondo piano, figurano spettatori, e poi ci si accorge che più degli altri sono depositari di non tentennanti verità". 

La sua compagnia si rivelerà preziosa ed affascinante per il narratore, durante tutta la giornata.

Giunti al collegio, Dufenne, secondo il suo stile, si defila, lascia il dottor Giustiniani solo nel misurarsi con ricordi e incontri. Che si rivelano piuttosto deludenti: il medico ascolta discorsi retorici e retrivi, incontra pavidi, chiacchieroni, perbenisti e nullità piene di sé. 
Sono passati quarant'anni, una vita, ma gli ex allievi sono rimasti quelli, ognuno "pronto a battersi per ritornare nel possesso del suo privilegio". Un'amara riflessione che coinvolge la stessa Italia, "l'Italia segreta, rancida, ligia, meschina", dove al fascismo è subentrata l'egemonia democristiana e dove la lotta di liberazione viene minimizzata o negata. Lo conforta soltanto il doloroso ricordo dell'amico Mario Pasi, un medico morto da eroe, torturato dai tedeschi, la cui figura si staglia netta e vigorosa sulla meschinità e mediocrità delle persone incontrate. 

Il tema della morte, cui alludono le notizie di altri ex allievi deceduti o gravemente ammalati, succede nel libro alla rievocazione dell'adolescenza, "la nostra adolescenza, il nostro passaggio nella vita", intervallo esistenziale di "solenni azioni, memorabili avvenimenti", "quell'età che con gioia scopre ed esalta, ruba i segreti, crea e trasfigura".

Mentre Dufenne e il narratore commentano i particolari della festa, in una conversazione che incarna l'ideale della vera amicizia, sullo sfondo delle amare e sagge considerazioni dei due sulla vita, a margine della strada asfaltata percorsa con lentezza dall'automobile di Dufenne, splende la bellezza della campagna toscana: "a ogni curva mi appariva un miracolo, un paesaggio che attendevo e nonostante riusciva a sorprendermi".

I due amici si accomiatano, con pudore, stringendosi la mano, col rimpianto di non aver potuto commentare tutto quanto avevano visto nel corso di quell'intensa giornata. Si lasciano senza promesse di scriversi o telefonarsi: "Non c'eravamo mai dato noia". Il dottor Giustiniani torna ai suoi matti, con i quali ha trascorso tutta la sua vita.

Pubblicato nel 1968 presso Bompiani, frutto di un'esperienza autobiografica come la maggior parte della produzione narrativa di Tobino, questo breve e aspro romanzo conobbe alterne fortune. La narrazione, incentrata sulla memoria, diventa particolarmente brillante nella seconda parte. 
Memorabile, il personaggio di Gastone Dufenne colpisce il lettore per l'indipendenza, lo sforzo di pensare in modo autonomo, il suo sottrarsi al conformismo, l'ispirare la propria vita a sentimenti e valori forti e genuini, come l'amore per la famiglia e il rispetto per gli altri. Egli si ritrae quasi dal mondo per vivere più intensamente, non aspira al successo e alla carriera se per raggiungerli deve sacrificare il suo io più autentico. Anzi, egli si sente a disagio nell'Italia del suo tempo, e gli danno noia la superbia, l'ipocrisia, e l'atteggiarsi a personaggio dei suoi contemporanei. 
Un'ammirevole figura di antitaliano, come lo fu Tobino stesso.

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Pagina aggiornata il 25.12.09
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