Mi ammonisce una
signora visitatrice,
consorte di grande autorità,
femmina moderna,
psicologa,
novatrice:
"Non si crogioli, dottore,
sul suo vecchio passato manicomiale".
Rispondo:
"Non ne ho tempo, signora.
Sto contando le vostre vittime".
Nel maggio del 1978 viene
approvata la rivoluzionaria legge n.180, altrimenti detta "legge
Basaglia", che sancisce la chiusura dei manicomi e affida la cura
dei malati psichiatrici alle strutture territoriali.
Fiero avversario di questa svolta epocale, che vedeva l'Italia
all'avanguardia nel mondo, fu lo scrittore Mario Tobino, direttore
dell'ospedale psichiatrico di Lucca. La sua amarezza per il nuovo corso
della psichiatria, il suo risentimento verso i rinnovatori della
disciplina, la sua sfiducia verso quegli psicologi che vedono nella
pazzia soltanto le colpe della società, sono espressi con forza e con
passione in questo romanzo, che rimane bello comunque la si pensi circa
l'organizzazione delle cure psichiatriche.
Tobino, per quarant'anni medico manicomiale alle prese con le varie
forme della follia, dalla schizofrenia alla paranoia alla malinconia,
crede che l'ospedale psichiatrico rappresenti la struttura più
idonea per trattare la malattia mentale, il luogo dove il malato viene
accolto con competenza ed affetto e dove può sostare al sicuro dalle
pressioni della famiglia e della frenetica vita occidentale.
Non è un caso, sostiene lo scrittore viareggino, che, all'indomani
dell'attuazione della legge, i malati anziché trovare una nuova e
gratificante libertà, si suicidino in massa.
La follia è vista da Tobino come una realtà misteriosa e violenta
della condizione umana, che gli psicofarmaci, introdotti di recente, -
il Largactil è del 1952 -, hanno mitigato, ponendo tuttavia al medico e a coloro che si prendono cura del malato degli
angosciosi interrogativi etici. I farmaci permettono sì di addomesticare
allucinazioni e deliri, ma costituiscono, nello stesso tempo, una forma
chimica di contenzione peggiore forse della camicia di forza.
Anche se è favorevole alla psichiatria manicomiale, Tobino non è
per una psichiatria disumana. Anzi ricorda che già dagli anni Cinquanta
a Lucca ai malati erano concesse molte libertà, con alcuni di loro si
riusciva a instaurare un dialogo. Taluni, guariti, erano dimessi.
Poi arriva la Moda, la Demagogia. I negatori della malattia mentale,
spalleggiati dalla stampa e dagli altri media considerano la follia un
prodotto della Società e del Potere. Legioni di psicologi, spinti anche
dalla necessità di sbarcare il lunario, cercano di dare una spallata
alla psichiatria tradizionale, che pure vantava ottimi e motivati
medici. Si diffonde un nuovo gergo: "smantellamento,
istituzionalizzazione, territorio, settore, inserimento nella
società". Parole d'ordine, slogan spesso privi di senso. "Cominciano
le riunioni e si fanno fitte".
I rinnovatori della
psichiatria mettono all'angolo il vecchio direttore, ormai prossimo
alla pensione, lo escludono, lo trattano con sarcasmo, ponendo in
discussione l'operato umano e scientifico di tutta una vita.
Ma la follia non si lascia ingabbiare dalla nuova ideologia. Rimane
intangibile e reale, espressione enigmatica dell'umano dolore di vivere.
Affiora dai racconti di Tobino
la passione per la cura, la dedizione, il sacrificio,
l'attenzione, la vocazione di aiutare gli altri; il desiderio di
rendere più gradevole la vita ai malati. È un messaggio forte quello
che emerge dal libro.
Molte pagine sono dedicate agli infermieri, il
cui lavoro è oscuro, ma indispensabile. Tobino dimostra di
apprezzarli, ne tiene in gran conto la capacità di lavoro e di
osservazione, il buonsenso che spesso, dalle parti di Lucca, origina dalla cultura contadina. Talvolta il vecchio medico dà l'impressione
di trattarli forse con un tono eccessivamente paternalistico.
Eppure
afferma di sentirsi affascinato dalla teoria di uno di loro, Scipioni,
che considera l'assistenza infermieristica una forma di carità
continua, un ripristinare senza sosta un'umanità altrimenti
perduta.
Nel libro sono forti i ricordi, l'amore per Giovanna,
bella, intelligente, aristocratica, elegante, una
donna che permette al medico di sopportare la vita di recluso in
manicomio. Soprattutto aleggia nelle pagine del romanzo Lucca, con le
sue bellezze architettoniche e la dolcezza del paesaggio circostante.
Lo stile di Tobino è esemplare, terso; il suo italiano fra i più
belli che sia dato leggere.
I
libri di Mario Tobino