Nato
in Germania nel 1897, Norbert Elias fa parte della grande tradizione
della sociologia tedesca. Famoso per la sua opera fondamentale Il
processo di civilizzazione, La solitudine del morente (titolo
originale Ueber die Einsamkeit der Sternbenden in unseren Tagen,
Francoforte, 1982) è un suo saggio minore che però si inserisce
perfettamente nel suo edificio teorico. L'edizione italiana comprende in
appendice anche l'illuminante scritto Invecchiare e morire, che
rappresenta un prezioso completamento delle riflessioni di Elias sul
tema della morte nella società moderna.
La
società contemporanea ha operato, secondo l'eminente sociologo tedesco, una rimozione della morte. Mai come ai
giorni nostri i morti e la morte vengono occultati e si muore in totale
solitudine.
L'interdetto che accompagna il processo del morire è tanto forte come
lo era quello che si riferiva alla sessualità in epoca vittoriana.
I morenti vengono sottratti alla vista dei bambini che altrimenti, si
pensa, ne rimarrebbero traumatizzati; non esistono riti che consentano
alla maggioranza di accostarsi al morente e porgergli aiuto e conforto: ci mancano
le parole, il nostro grado di civilizzazione e di informalizzazione ci
lascia muti, nell'imbarazzo e nella vergogna, al cospetto del moribondo, incapaci di toccarlo, di
prendergli la mano, di manifestare compassione e solidarietà.
E invece proprio la persona che muore avrebbe bisogno di sentire
accanto il calore dei suoi simili, di provare il gratificante sentimento
di appartenenza a una comunità.
La morte la affidiamo alla tecnica e agli specialisti. La neutrale routine
degli ospedali costituisce ormai il solo rito di accompagnamento per colui
che muore. Le operazioni di sepoltura e di organizzazione delle
esequie, la cura stessa delle tombe vengono affidate a ditte commerciali esterne alla famiglia.
Senza voler idealizzare il passato, Elias ci ricorda che in epoche
antecedenti la nostra si moriva in casa, circondati da familiari e
conoscenti. I discorsi della gente comune toccavano spesso l'argomento
della morte, non nascondendone neppure gli aspetti più ripugnanti. La
morte del resto rientrava nell'esperienza quotidiana di tutti. La vita era
meno sicura di oggi e guerre, epidemie, carestie e carenze igieniche
mietevano continuamente vittime.
Oggi, che possiamo contare su un'aspettativa di vita più ampia
rispetto alle epoche passate, si muore per lo più isolati, in asettiche stanze di terapia intensiva, dove i
professionisti della salute cercano di correggere le anomalie dei singoli
organi e di prolungare la vita oltre il lecito, ignorando tuttavia quasi
sempre il benessere complessivo della persona assistita e le sue esigenze
più profonde.
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