Essere
juventini è una grave imperfezione, ma si può perdonare quando il
tifoso in questione brilla per ingegno e umanità.
Giornalista e opinionista televisivo, Giampiero Mughini, siciliano
di origini e romano di adozione, è un intellettuale che si è fatto
interprete, in numerosi libri, - ricordo lo "storico" Compagni
addio -, degli ideali e delle trasformazioni di una generazione
che credeva di cambiare il mondo con la lotta politica e la
rivoluzione.
Ma, lo scrive Mughini stesso, proprio quando l'amore e
l'organizzazione sociale ideali assumono, nella nostra società
postindustriale e postmoderna, la sembianza di miraggi irraggiungibili,
sopravvive sempiterno, al crollo di ogni utopia, il tifo per la
squadra del cuore. E dell'affetto dell'autore per la Juventus questo
libro è testimonianza sincera e appassionata e, proprio per questo,
convincente.
Mughini, alla luce del proprio codice etico, improntato alla cavalleria,
alla lealtà e alla bellezza, che
ne ispira il discorso, non si sofferma a ricordare, nella narrazione
della sua storia bianconera, soltanto le pagine esaltanti e i campioni
affermati, ma prodiga la propria ammirazione per atleti che non hanno goduto
appieno dei fasti del successo. Ed ecco, allora, che Furino,
centrocampista di fatica, ma soprattutto uomo di regia e Morini, uno
dei più grandi esecutori di quella sobria, ma nobile arte che è la marcatura a
uomo, trovano forse nelle pagine del libro più spazio di campioni acclamatissimi dalle folle come
Baggio, Paolo Rossi e Platini.
"Puoi talvolta fare a meno del fuoriclasse, del trequartista
che incanta gli stadi, del divino numero 10, mai potrai fare a meno di
quei giocatori, senza i quali l'architettura della squadra va a
brandelli".
Un intero capitolo dei sette complessivi viene dedicato a
Giampiero Boniperti, piemontese originario di Novara, una figura che
rappresenta un po' il filo
conduttore del libro di Mughini. Prima giocatore e goleador, poi dirigente, per
il giornalista siciliano Boniperti rappresenta l'emblema dello stile Juventus,
caratterizzato da una serie di comportamenti, atteggiamenti e valori
che fanno capo all'eleganza, alla parsimonia, alla misura, alla
disciplina e alla concretezza piemontesi.
Il calcio, visto da una persona colta come Mughini, non è più un
accumularsi di
risultati, un assommarsi di punti in classifica e di trofei, una pura
espressione tecnico-atletica, ma diventa manifestazione della cultura
di una città, di una comunità, di una nazione. Non solo: per il
Mughini bambino le figurine dei campioni, con cui gioca sul tavolo del
salotto di casa, rappresentano uno strumento di crescita psicologica,
un modo efficace di fabbricarsi una propria visione del mondo e una
propria identità, una maturazione umana che passa proprio attraverso
l'alternarsi delle vittorie e delle sconfitte sportive.
Lo stile di Mughini è quello enfatico che gli riconosciamo nelle
apparizioni televisive. Non manca nemmeno quell'espressione desueta,
tipica dell'autore e ormai assurta alla ribalta della pubblicità, che
è "io aborro", ma il libro è vario, divertente,
coinvolgente. Le riflessioni, mai banali. Molte delle testimonianze
citate nel volume sono state raccolte, di prima mano, da Mughini
stesso, che è frequentatore e amico di molti campioni.
L'unica nota, a mio avviso, non del tutto positiva, è l'entusiasmo
che, nella parte iniziale e finale del libro, Mughini tributa alla dirigenza
bianconera, quella dei Moggi, Giraudo e Bettega e al loro modo
aziendalista, spregiudicato e, in ultima analisi, cinico e spietato di gestire
i rapporti con i giocatori, trattati alla stregua di merce da piazzare
sul mercato.
Gli sviluppi del cosiddetto scandalo del calcio indurrebbero,
secondo me, a rivedere il giudizio eccessivamente lusinghiero espresso
verso i manager bianconeri e a smentire, una volta per tutte, la
massima tutta italiana che il fine giustifica i mezzi.
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