Giampiero Mughini, Un sogno chiamato Juventus. Cento anni di eroi e vittorie bianconere, Mondadori, 2004

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copertinaEssere juventini è una grave imperfezione, ma si può perdonare quando il tifoso in questione brilla per ingegno e umanità.

Giornalista e opinionista televisivo, Giampiero Mughini, siciliano di origini e romano di adozione, è un intellettuale che si è fatto interprete, in numerosi libri, - ricordo lo "storico" Compagni addio -, degli ideali e delle trasformazioni di una generazione che credeva di cambiare il mondo con la lotta politica e la rivoluzione.

Ma, lo scrive Mughini stesso, proprio quando l'amore e l'organizzazione sociale ideali assumono, nella nostra società postindustriale e postmoderna, la sembianza di miraggi irraggiungibili, sopravvive sempiterno, al crollo di ogni utopia, il tifo per la squadra del cuore. E dell'affetto dell'autore per la Juventus questo libro è testimonianza sincera e appassionata e, proprio per questo, convincente.

Mughini, alla luce del proprio codice etico, improntato alla cavalleria, alla lealtà e alla bellezza, che ne ispira il discorso, non si sofferma a ricordare, nella narrazione della sua storia bianconera, soltanto le pagine esaltanti e i campioni affermati, ma prodiga la propria ammirazione per atleti che non hanno goduto appieno dei fasti del successo. Ed ecco, allora, che Furino, centrocampista di fatica, ma soprattutto uomo di regia e Morini, uno dei più grandi esecutori di quella sobria, ma nobile arte che è la marcatura a uomo, trovano forse nelle pagine del libro più spazio di campioni acclamatissimi dalle folle come Baggio, Paolo Rossi e Platini.
"Puoi talvolta fare a meno del fuoriclasse, del trequartista che incanta gli stadi, del divino numero 10, mai potrai fare a meno di quei giocatori, senza i quali l'architettura della squadra va a brandelli".

Un intero capitolo dei sette complessivi  viene dedicato a Giampiero Boniperti, piemontese originario di Novara, una figura che rappresenta un po' il filo conduttore del libro di Mughini. Prima giocatore e goleador, poi dirigente, per il giornalista siciliano Boniperti rappresenta l'emblema dello stile Juventus, caratterizzato da una serie di comportamenti, atteggiamenti e valori che fanno capo all'eleganza, alla parsimonia, alla misura, alla disciplina e alla concretezza piemontesi. 

Il calcio, visto da una persona colta come Mughini, non è più un accumularsi di risultati, un assommarsi di punti in classifica e di trofei, una pura espressione tecnico-atletica, ma diventa manifestazione della cultura di una città, di una comunità, di una nazione. Non solo: per il Mughini bambino le figurine dei campioni, con cui gioca sul tavolo del salotto di casa, rappresentano uno strumento di crescita psicologica, un modo efficace di fabbricarsi una propria visione del mondo e una propria identità, una maturazione umana che passa proprio attraverso l'alternarsi delle vittorie e delle sconfitte sportive.

Lo stile di Mughini è quello enfatico che gli riconosciamo nelle apparizioni televisive. Non manca nemmeno quell'espressione desueta, tipica dell'autore e ormai assurta alla ribalta della pubblicità, che è "io aborro", ma il libro è vario, divertente, coinvolgente. Le riflessioni, mai banali. Molte delle testimonianze citate nel volume sono state raccolte, di prima mano, da Mughini stesso, che è frequentatore e amico di molti campioni.

L'unica nota, a mio avviso, non del tutto positiva, è l'entusiasmo che, nella parte iniziale e finale del libro, Mughini tributa alla dirigenza bianconera, quella dei Moggi, Giraudo e Bettega e al loro modo aziendalista, spregiudicato e, in ultima analisi, cinico e spietato di gestire i rapporti con i giocatori, trattati alla stregua di merce da piazzare sul mercato.

Gli sviluppi del cosiddetto scandalo del calcio indurrebbero, secondo me, a rivedere il giudizio eccessivamente lusinghiero espresso verso i manager bianconeri e a smentire, una volta per tutte, la massima tutta italiana che il fine giustifica i mezzi.

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