"Chissà
se questo è ancora il paese delle cento città. Forse è solo un
gigantesco agglomerato, un'unica nebulosa di diecimila villaggi. Il
Nord, visto sotto questo cielo metallico, pare un enorme capannone
popolato di gente che suda in mezzo a macchine da concia, frese,
pompe, telai, presse, scarichi e nastri trasportatori; un ansimare,
scatarrare, sferragliare; non un coro ma un rumore di fondo che le
nubi basse amplificano come una cassa armonica; una prigione incubatrice
dove tutti lavorano sì gomito a gomito, ma ciascuno per conto suo e
ignorandosi l'un l'altro. È qui, in questo spazio di demenziale
anarchia, che il popolo padano produce il miracolo di fine
millennio".
Si tratta di un reportage
interessante e molto ben scritto, che indaga le ragioni della rabbia del
profondo Nord, utilizzando come cartina al tornasole l'elettorato
leghista.
Inviato de La Repubblica, il triestino Paolo Rumiz appartiene a quella categoria di intellettuali, sempre più
rara, che sanno interpretare una nazione. Salgono su un'auto e viaggiano,
battendo anche le
contrade più sperdute e cercando di scoprire il cuore delle cose.
È un libro avvincente che ti inchioda alla lettura. Una psicanalisi
dell'individuo del Nord condotta attraverso solide nozioni di
antropologia, etnologia, sociologia, storia, economia, ma soprattutto
facendo ricorso alla sintesi intelligente.
Rumiz ci mostra come non esista un solo Nord, ma come il paesaggio
umano e le variabili socioeconomiche mutino da città a città, da vallata a
vallata, da paese a paese.
Ogni zona esplorata ha una propria identità profonda e rimossa.
Se esiste un denominatore comune, nel Nord operoso, ricco,
autonomista, è l'insicurezza, il timore che la globalizzazione montante
cancelli le identità locali, che il centralismo dissolva quella
ricchezza raggiunta così di recente in aree un tempo povere e sottosviluppate.
I toni adottati dall'autore, quando descrive la gente del Nord,
rasentano quasi l'epico, il mitologico, come quando ci parla dello stupefacente
rigoglio di piccole imprese, dell'energia che sta dietro la produzione
di ricchezza, dei lumezzanesi che lavorano quindici ore al giorno, della
tenacia dei bresciani e dei bergamaschi, operai e artigiani dal
doppio e triplo lavoro, zone dove in ogni vallata si parla
un idioma diverso e pressoché incomprensibile dagli altri.
Non vengono risparmiate le critiche: si tratta spesso di uno sviluppo
caotico, di imprenditori con un'etica del lavoro quasi calvinista, ma
rozzi e con un atteggiamento fobico verso la cultura, che trascurano la ricerca e
l'innovazione e che potrebbero, a gioco lungo, soccombere.
Nel Nord-Est, per esempio, studiare viene considerato inutile, una
perdita di tempo; lavorando si guadagna bene e subito. Il tasso di
abbandono scolastico è perciò elevato e sconsolante e fa guardare al
futuro con pessimismo.
Non vengono passate
sotto silenzio nemmeno le numerose contraddizioni della Lega, che pur
esaltando una fantomatica Padania, raccoglie voti soprattutto fra i
montanari, mentre viene snobbata proprio dalle popolazioni che vivono sulle rive
del Po. Viene stigmatizzato il razzismo verso meridionali ed
extracomunitari, l'insofferenza verso etnie diverse dalla propria.
Bossi sembra, tuttavia, avere un merito: quello di fornire
all'angosciata e spaesata psiche del Nord simboli rassicuranti, cosa che i
partiti tradizionali e burocratizzati non sanno più fare.
Esiste in
questa caotica situazione un pericolo che l'autore, da esperto, considera
attuale: la balcanizzazione dell'Italia. Accanto all'altro, per certi
versi contrario, ma non meno letale, profetizzato da Pasolini: lo
sradicamento, l'omologazione
indotta dai consumi, capace di annullare ogni vitale differenza fra comunità
diverse.
ordina