Paolo Rumiz, La secessione leggera, Feltrinelli, 2001

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copertina"Chissà se questo è ancora il paese delle cento città. Forse è solo un gigantesco agglomerato, un'unica nebulosa di diecimila villaggi. Il Nord, visto sotto questo cielo metallico, pare un enorme capannone popolato di gente che suda in mezzo a macchine da concia, frese, pompe, telai, presse, scarichi e nastri trasportatori; un ansimare, scatarrare, sferragliare; non un coro ma un rumore di fondo che le nubi basse amplificano come una cassa armonica; una prigione incubatrice dove tutti lavorano sì gomito a gomito, ma ciascuno per conto suo e ignorandosi l'un l'altro. È qui, in questo spazio di demenziale anarchia, che il popolo padano produce il miracolo di fine millennio".

Si tratta di un reportage interessante e molto ben scritto, che indaga le ragioni della rabbia del profondo Nord, utilizzando come cartina al tornasole l'elettorato leghista.

Inviato de La Repubblica, il triestino Paolo Rumiz appartiene a quella categoria di intellettuali, sempre più rara, che sanno interpretare una nazione. Salgono su un'auto e viaggiano, battendo anche le contrade più sperdute e cercando di scoprire il cuore delle cose.

È un libro avvincente che ti inchioda alla lettura. Una psicanalisi dell'individuo del Nord condotta attraverso solide nozioni di antropologia, etnologia, sociologia, storia, economia, ma soprattutto facendo ricorso alla sintesi intelligente.

Rumiz ci mostra come non esista un solo Nord, ma come il paesaggio umano e le variabili socioeconomiche mutino da città a città, da vallata a vallata, da paese a paese. Ogni zona esplorata ha una propria identità profonda e rimossa.

Se esiste un denominatore comune, nel Nord operoso, ricco, autonomista, è l'insicurezza, il timore che la globalizzazione montante cancelli le identità locali, che il centralismo dissolva quella ricchezza raggiunta così di recente in aree un tempo povere e sottosviluppate.

I toni adottati dall'autore, quando descrive la gente del Nord, rasentano quasi l'epico, il mitologico, come quando ci parla dello stupefacente rigoglio di piccole imprese, dell'energia che sta dietro la produzione di ricchezza, dei lumezzanesi che lavorano quindici ore al giorno, della tenacia dei bresciani e dei bergamaschi, operai e artigiani  dal doppio e triplo lavoro, zone dove in ogni vallata si parla un idioma diverso e pressoché incomprensibile dagli altri. 
Non vengono risparmiate le critiche: si tratta spesso di uno sviluppo caotico, di imprenditori con un'etica del lavoro quasi calvinista, ma rozzi e con un atteggiamento fobico verso la cultura, che trascurano la ricerca e l'innovazione e che potrebbero, a gioco lungo, soccombere. 
Nel Nord-Est, per esempio, studiare viene considerato inutile, una perdita di tempo; lavorando si guadagna bene e subito. Il tasso di abbandono scolastico è perciò elevato e sconsolante e fa guardare al futuro con pessimismo.

Non vengono passate sotto silenzio nemmeno le numerose contraddizioni della Lega, che pur esaltando una fantomatica Padania, raccoglie voti soprattutto fra i montanari, mentre viene snobbata proprio dalle popolazioni che vivono sulle rive del Po. Viene stigmatizzato il razzismo verso meridionali ed extracomunitari, l'insofferenza verso etnie diverse dalla propria.
Bossi sembra, tuttavia, avere un merito: quello di fornire all'angosciata e spaesata psiche del Nord  simboli rassicuranti, cosa che i partiti tradizionali e burocratizzati non sanno più fare.

Esiste in questa caotica situazione un pericolo che l'autore, da esperto, considera attuale: la balcanizzazione dell'Italia. Accanto all'altro, per certi versi contrario, ma non meno letale, profetizzato da Pasolini: lo sradicamento, l'omologazione indotta dai consumi, capace di annullare ogni vitale differenza fra comunità diverse.

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Pagina aggiornata il 25.12.03
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