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COME SCRIVERE UNA RECENSIONE

copertinaRiporto un brano che mi pare particolarmente significativo, tratto da un articolo di Grazia Cherchi apparso su Panorama del marzo 1989 dal titolo "Recensioni come?", pubblicato poi nel libro Scompartimento per lettori e taciturni edito da Feltrinelli nel 1997.
Grazia Cherchi, scomparsa nell'agosto 1995, è stata tra i più vivaci protagonisti della scena culturale italiana, a partire dagli anni sessanta, quando con un gruppo di amici fondò e diresse i "Quaderni piacentini".
Editor e consulente di narrativa, ha firmato rubriche, come giornalista, su "Linus", "il manifesto", "Panorama", "Millelibri", l'"Unità".
Nel 1991 è apparsa da
e/o una sua raccolta di racconti brevi dal titolo Basta poco per sentirsi soli. È anche autrice di un romanzo, "Fatiche d'amore perdute", pubblicato da Longanesi nel 1993.

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[...] Ma, a parte il fatto che ci sono ancora alcuni recensori, diciamo meglio cronisti letterari (non tanti: non oltre, temo le dita di una mano), che sono indipendenti (da ogni medium) e di qualità (e le due cose paiono andare di pari passo), mi interessa qui soffermarmi su un punto nodale, che viene tenuto in sordina nelle polemiche in corso: come dovrebbe presentarsi una recensione per essere di qualche utilità al lettore (alludo a quelle, inevitabilmente brevi, che appaiono sui quotidiani. Quelle sulle riviste meriterebbero un discorso a parte, anche questo fitto di dolenti note).

Prendo spunto da un pezzo di Geno Pampaloni (che è uno delle dita della mano, con l'unica pecca di privilegiare troppo, nei romanzi di cui si occupa, le note di speranza e di conciliazione, a scapito di tonalità più disperate) apparso sul mensile "L'indice" dello scorso febbraio. Cito dalla conclusione: "L'arma segreta di cui dispone il cronista, o se si vuole l'arte del recensore, è la scelta delle citazioni... Un recensore si valuta, a mio parere, dalla scelta, dal florilegio, dal prelievo delle citazioni attraverso le quali il cronista dà conto della sua lettura. E al tempo stesso mette il lettore nella condizione di giudicare egli stesso se l'interpretazione del cronista è convincente o arbitrariamente personale".

E oltre alle citazioni, a me sembra altrettanto indispensabile informare sinteticamente (lo spazio è quello che è) sul contenuto del libro, trama o plot che dir si voglia (la sua assenza dà adito ai più biechi sospetti: il libro è stato veramente letto da cima a fondo?). Cui seguirà, ma già dovrebbe emergere dalla trama inframmezzata di citazioni, il giudizio, che sarà, inevitabilmente, impressionistico, dettato dall'intuito, dal gusto e dall'esperienza: cos'altro mai potrebbe essere? (Anche su questo punto ha ragione Pampaloni). Il tutto scritto in modo chiaro, non certo da addetti ai lavori che ammiccano tra di loro per l'infelicità dei più. La recensione ispirata a questi criteri sarà un po' vecchiotta, di stampo decisamente tradizionale, ma mi pare sia l'unica che renda un servizio al lettore, fornendogli i motivi per andarsi a leggere il libro o per evitare di farlo.

Non dico certo cose stuzzicanti o nuove: basti pensare che le aveva già dette, e da par suo, nel 1960 Paolo Milano (un critico militante che col passare del tempo si rimpiange sempre di più e che a sua volta si definiva "cronista letterario") introducendo una scelta dei suoi articoli dal titolo Il lettore di professione: "Ho sempre sentito il dovere d'esporre la trama del romanzo che recensisco. L'omissione spalanca una distanza fra chi scrive e chi legge, il primo diventa un esperto, al quale il secondo è chiamato a credere sulla fiducia. Non penso di aver mai scritto un articolo che non contenga qualche citazione diretta. Questo mi è sembrato un mio obbligo verso l'autore del libro: che la mia voce non fosse l'unica udibile, ma anche alla sua fosse dato di farsi ascoltare, per qualche istante, in prima persona".

E poi, dopo aver dichiarato la sua scelta di uno stile piano e dichiarativo, Milano attacca il gergo critico, che gli pare "un sopruso intellettuale": "Tanta letteratura critica somiglia oggi ai verbali di una setta, scritta da letterati per altri letterati". Sono frasi che ogni critico esordiente dovrebbe imparare a memoria.  [...]