Paradosso, comicità, satira
sono gli ingredienti con cui Wallace ha confezionato
questa raccolta. E capacità di cogliere i sottili
meccanismi che entrano in funzione quando le persone
interagiscono, servendosi di un linguaggio che si
avvicina molto al parlato, al colloquiale e
attingendo a piene mani da quella letteratura
specialistica psicologica, di cui lo scrittore
adotta, a volte con ironia, il gergo.
Dietro la patina del progresso tecnologico,
l'America contemporanea mostra relazioni umane
all'insegna dell'egocentrismo, dell'aridità,
dell'alienazione. Il genere umano è poca cosa, per
lo più siamo dei casi clinici inguaribili.
Narcisisticamente ossessionati dall'immagine che
riflettiamo; ciò costituisce "la storia ridotta
all'osso della vita postindustriale", come recita
il titolo del primo capitolo del libro. Multisale e
centri commerciali, filosofie new age e
psicoterapie, fast food e sexy shop,
antidepressivi e mercati valutari fluttuanti fanno da
sfondo a grovigli e trappole esistenziali, dinamiche
psicologiche insensate, rapporti inautentici e
disonesti, stupri. "Succedono cose davvero
terribili. L'esistenza e la vita spezzano
continuamente le persone in tutti i cazzo di modi
possibili e immaginabili", dice a un certo punto
uno dei personaggi più interessanti del libro.
Con questo, la narrazione di Wallace, a mio avviso
mostra alcuni limiti. Anzitutto, i personaggi
ritratti mi sembrano quasi tutti mediocri e
monodimensionali. Anche la società postmoderna e
opulenta consente, vivaddio, incontri meno
disperanti. E poi il linguaggio, il registro,
adottati per rappresentare lo squallore quotidiano,
fatto di tecnicismi e turpiloquio, di rumorosa e
attempata goliardia, mi ha reso la lettura a volte
noiosa. Certo, scrittori come Salinger, Roth e
Brodkey appartengono ad un'altra categoria.
Introduce il libro un breve scritto di
presentazione dell'autore, firmato da Fernanda Pivano.
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I
libri di David Foster Wallace