David Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi, Einaudi, 2000

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copertinaParadosso, comicità, satira sono gli ingredienti con cui Wallace ha confezionato questa raccolta. E capacità di cogliere i sottili meccanismi che entrano in funzione quando le persone interagiscono, servendosi di un linguaggio che si avvicina molto al parlato, al colloquiale e attingendo a piene mani da quella letteratura specialistica psicologica, di cui lo scrittore adotta, a volte con ironia, il gergo.

Dietro la patina del progresso tecnologico, l'America contemporanea mostra relazioni umane all'insegna dell'egocentrismo, dell'aridità, dell'alienazione. Il genere umano è poca cosa, per lo più siamo dei casi clinici inguaribili. Narcisisticamente ossessionati dall'immagine che riflettiamo; ciò costituisce "la storia ridotta all'osso della vita postindustriale", come recita il titolo del primo capitolo del libro. Multisale e centri commerciali, filosofie new age e psicoterapie, fast food e sexy shop, antidepressivi e mercati valutari fluttuanti fanno da sfondo a grovigli e trappole esistenziali, dinamiche psicologiche insensate, rapporti inautentici e disonesti, stupri. "Succedono cose davvero terribili. L'esistenza e la vita spezzano continuamente le persone in tutti i cazzo di modi possibili e immaginabili", dice a un certo punto uno dei personaggi più interessanti del libro.

Con questo, la narrazione di Wallace, a mio avviso mostra alcuni limiti. Anzitutto, i personaggi ritratti mi sembrano quasi tutti mediocri e monodimensionali. Anche la società postmoderna e opulenta consente, vivaddio, incontri meno disperanti. E poi il linguaggio, il registro, adottati per rappresentare lo squallore quotidiano, fatto di tecnicismi e turpiloquio, di rumorosa e attempata goliardia, mi ha reso la lettura a volte noiosa. Certo, scrittori come Salinger, Roth e Brodkey appartengono ad un'altra categoria.

Introduce il libro un breve scritto di presentazione dell'autore, firmato da Fernanda Pivano.

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Pagina aggiornata il 08.12.00
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