Shirley du Boulay, Cicely Saunders. L'assistenza ai malati "incurabili", Jaca Book, 2004

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copertina"È perfettamente possibile eliminare disagi e dolori per la maggior parte dei pazienti e non è necessario usare forti dosi di sedativi, né preoccuparsi delle presunte conseguenze negative dell'assuefazione. Sia gli studenti che le infermiere hanno bisogno di imparare ancora molto in questo campo ed è auspicabile che un nuovo centro per questo tipo di cure si assuma responsabilità in tal senso e contribuisca a colmare questa lacuna".

Cicely Saunders viene unanimemente considerata l'ispiratrice e la fondatrice della moderna assistenza ai malati terminali. A lei dobbiamo il prototipo dell'hospice, quel St. Christopher's Hospice di Londra da lei reso perfettamente funzionante nel 1967.

Shirley du Boulay ci racconta in questo volume l'appassionante biografia della Saunders, infermiera e assistente sociale prima e medico poi di straordinarie umanità ed efficienza.

Nata nel 1918 in una famiglia borghese, con papà Gordon che realizzerà una consistente fortuna economica, primogenita di tre fratelli, Cicely avrà difficoltà nell'inserimento scolastico a causa del suo temperamento indipendente, della sua intelligenza e del carattere timido e tendente all'isolamento.  

Sentendo forte dentro di sé la vocazione a prendersi cura dei malati, la Saunders si iscrive alla scuola per infermiere, dove supera brillantemente gli esami e dove dimostra da subito le sue grandi abilità pratiche ed organizzative.
Purtroppo un doloroso mal di schiena, causato in parte dalla scoliosi, le impedisce, una volta diplomata, di esercitare la professione infermieristica tanto desiderata.
Per non abbandonare la cura dei malati, intraprende l'attività di assistente sociale, sempre provando nostalgia per il lavoro infermieristico in corsia.

Basilare per il prosieguo della sua carriera è l'esperienza che Cicely svolge al St. Luke, una casa di accoglienza per moribondi. Al St. Luke la direzione è illuminata. L'assistenza ai pazienti è personalizzata: ogni malato vede riconosciuti la propria individualità e il proprio microcosmo di emozioni ed affetti. Diversa rispetto all'ospedale è la somministrazione degli antidolorifici: qui il dolore viene combattuto con efficacia somministrando analgesici ad intervalli regolari. 
La Saunders comprende tuttavia, orientata in questo da una forte fede religiosa, come non sia sufficiente alleviare soltanto il dolore fisico, ma occorra non di meno soddisfare le esigenze spirituali ed emotive dei ricoverati.
Matura in lei la consapevolezza che un grande sforzo deve essere avviato per lenire la disperazione dei malati terminali e che i malati cronici abbisognano di un'assistenza specializzata, meno tecnologica forse, ma altrettanto complessa e qualificante di quella prestata nelle unità di terapia intensiva.

Consapevole che come infermiera non sarebbe stata ascoltata con la sufficiente attenzione, Cecily, aiutata dal dottor Barrett, un chirurgo di cui era diventata la segretaria, si iscrive a medicina quando ha compiuto già trentatré anni. La grande motivazione le fa superare la severità dello studio.

Intanto lavora al suo grande progetto, per la realizzazione del quale si farà accorta manager e procurerà i fondi necessari. Il St. Christopher's Hospice vede la luce dopo undici anni di gestazione. 
Si tratta di un istituto che ospita malati terminali di cancro o di altre malattie, ma anche malati cronici costretti a letto e anziani.
Grande attenzione viene prestata al malato, che abbisogna di cure personalizzate fornite da un adeguato numero di infermieri qualificati. L'obiettivo è liberare la persona ammalata dalla sofferenza e dal dolore, con la consapevolezza che il dolore non ha soltanto una dimensione fisica, bensì emotiva, sociale e spirituale. I farmaci vanno somministrati prima che il dolore si acuisca, ma sarà necessario creare un ambiente ricco di calore umano e di comprensione psicologica. Senza trascurare, naturalmente, come le consiglia il fratello Christopher che ha compiuto studi economici, la necessaria efficienza operativa apportatrice di ripercussioni positive sul benessere del paziente.
Contenendo con svariati interventi assistenziali l'ansia del malato se ne riduce spesso anche il dolore.
Necessario è inoltre fornire assistenza alle famiglie dei ricoverati e aiutare chi resta ad elaborare il lutto.

Il St. Christopher è una grande comunità, con un'attiva presenza del volontariato, dove pure le esigenze dei dipendenti vengono tenute in grande considerazione. Essi sono fatti oggetto di una sollecita attenzione. Vivono il proprio lavoro come una vocazione, ma usufruiscono dei giusti riposi e di un nido per le lavoratrici con figli.

La biografia che la du Boulay dedica a Cecily Saunders non è soltanto la rievocazione di una figura dalla vita straordinaria, ma è nello stesso tempo una istruttiva riflessione sui temi e i problemi concernenti l'assistenza ai malati cronici e a quelli in fase terminale. In questo senso costituisce un'utile lettura destinata a modificare la pratica stessa dell'infermiere clinico, stimolandone la riflessione e la revisione critica del proprio operato quotidiano

Alcuni nuclei di temi e problemi inerenti l'assistenza ai pazienti terminali, così come si evincono dal libro, possono essere sintetizzati in questo modo:

  • il dolore del paziente è spesso il sintomo principale su cui intervenire;
  • non è corretto, tuttavia, sottovalutare altri problemi quali la mancanza di respiro con la conseguente angoscia, l'irrequietezza, la depressione, la nausea, il vomito, il senso di colpa e di vergogna per l'incontinenza, le piaghe da decubito, la perdita dell'appetito, la bocca secca e amara. Tutti questi sintomi possono quasi sempre essere alleviati da un appropriato intervento farmacologico e/o assistenziale;
  • bisogna creare attorno al paziente una comunità accogliente che appaghi il suo bisogno di sentirsi importante e il suo bisogno di sicurezza. Occorre mettere il paziente a proprio agio e liberarlo non solo dal dolore, ma dalla paura, dalla solitudine, dai sentimenti di colpa, di rifiuto e di fallimento, in parte determinati dalle strutture sanitarie stesse, che tendono ad abbandonare il malato quando non migliora;
  • necessitano di attenzione, oltre ai malati, anche i loro familiari, che vanno sostenuti psicologicamente e consigliati nella risoluzione dei loro problemi pratici;
  • l'organizzazione delle attività all'interno di un istituto per malati terminali deve essere ispirata alla massima flessibilità, in modo che i malati vi possano condurre un' esistenza quanto più possibile umana;
  • è bene, secondo la Saunders, contraria alla proliferazione indiscriminata degli hospice, che l'attività di cura dei pazienti terminali non sia esclusivo appannaggio di istituti preposti, ma sia aperta sul territorio così come all'interno dell'ospedale generale, dove va allestita un'equipe di esperti in cure palliative che presti il proprio lavoro e la propria consulenza all'interno dei singoli reparti.

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