L'economia, pur definita da
Carlyle la scienza triste, è una disciplina
affascinante quanto complicata. Forse per impararne i
rudimenti giova la lettura di libri come questo di
Ruffolo, già ministro della Repubblica, economista e
squisito intellettuale. Nella prefazione, Ruffolo si
schermisce, affermando che il suo non costituisce nè
un testo di economia, nè una raccolta di biografie,
bensì una serie di ritratti, di reportage
scritti da un economista non accademico.
In verità, in questo libro, rivolto
esplicitamente al profano, Ruffolo compie un'opera
meritoria di divulgazione alta. Vivificando la
materia con aneddoti e note biografiche, l'autore ci
spiega difficili teorie economiche, il loro farsi, il
contesto storico e culturale in cui si sono
affermate. La qualità della scrittura ne fa un
saggio molto leggibile e piacevole; il rispetto per
il destinatario fa sì che l'autore non mortifichi
l'intelligenza del lettore con facili e abborracciate
semplificazioni.
L'autore ha il coraggio e il merito di uscire dal
limitato recinto della specializzazione e di far
ricorso a tutta la sua composita cultura per la
felicità del lettore. D'altronde, nel capitolo
dedicato a Smith, è lo stesso Ruffolo che scrive: La
cultura del tempo non era stata ancora disseccata
dalla specializzazione. L'uomo colto non era un
"esperto". Era un uomo assetato di molte
storie, un "polistore", come lo definì
Schumpeter. Un libertino del sapere. Anche i
professori universitari, allora, non credevano che il
mondo fosse spartito secondo i confini delle loro
cattedre.
I personaggi raffigurati nel libro sono dodici,
fra i più importanti della storia del pensiero
economico. A ciascuno è associato un aggettivo che
ne sintetizza la figura. Così vengono narrate le
gesta di Galiani, il machiavellino; Turgot, il
timido; Smith, il distratto; Mill, il ronzino; Marx,
l'insolvente; Marshall, l'aquila; Wicksell,
l'agitatore; Veblen, lo sconcertante; Pareto, lo
sprezzante; Schumpeter, il narcisista; Sraffa,
l'ecomunista; Keynes, l'esuberante.
Ogni capitolo è preceduto da una citazione, scelta
con cura ed emblematica dell'economista trattato.
Riporto quelle che mi hanno più colpito:
Fisiocrate? Mercantilista? "Io non sono
per niente... Sono soltanto perché non si
sragioni... Non si deve ragionare, come fanno gli
"economisti", per teoremi astratti: perché si rischia che il teorema vada bene e il problema
assai male". (Ferdinando Galiani)
Non chiederemo la nostra bistecca alla
benevolenza del macellaio, ma al suo interesse.
Contiamo tuttavia che sia un interesse illuminato:
dalla naturale simpatia che lega gli esseri umani e
dalla educazione di cui dobbiamo provvederli.
(Adam Smith)
Il gioco economico della concorrenza è
affascinante. E sarebbe anche perfetto, se non fosse
che l'ingiustizia e la stupidità ne truccano le
carte. (Knut Wicksell)
Bisognerà che l'Italia cominci col
persuadersi che c'è nel seno della nazione stessa un
nemico più potente dell'Austria, ed è la nostra
colossale ignoranza, sono le moltitudini analfabete,
i burocrati macchine, i professori ignoranti, i
politici bambini, i generali incapaci, l'operaio
inesperto, l'agricoltore patriarcale e la retorica
che ci rode le ossa. (Pasquale Villari, capitolo
su Vilfredo Pareto)
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