Pubblicato per la prima volta in volume nel 1957, Il
Pasticciaccio è un giallo anomalo. La vicenda
prende le mosse da una rapina e da un successivo
omicidio, che avvengono nel giro di pochi giorni, nel
medesimo piano di un palazzo romano di via Merulana.
Indagando nella rete delle relazioni sociali
intrattenute dalla vittima, Liliana Balducci,
orrendamente sgozzata, l'inchiesta si allarga in
varie direzioni, senza tuttavia arrivare
all'identificazione del colpevole e interessando vari
strati sociali, illustrati nel libro con grande forza
espressiva.
Il responsabile delle indagini è il dottor Francesco
Ingravallo, altrimenti indicato come don Ciccio
Ingravallo, un commissario di origine molisana
attraversato da passioni, incertezze, angosce che lo
rendono vulnerabile e umano.
Egli non è il classico detective, sorta di
pensatore che scioglie l'enigma di un delitto
ricorrendo alle geometriche induzioni e deduzioni del
raziocinio. E' invece un uomo immerso nella
incoerenza del reale, che cerca tuttavia di afferrare
nella sua contraddittoria interezza.
"Sosteneva, fra l'altro, che le inopinate
catastrofi non sono mai la conseguenza o l'effetto
che dir si voglia d'un unico motivo, d'una causa al
singolare: ma sono come un vortice, un punto di
depressione ciclonica nella coscienza del mondo,
verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di
causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o
garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire
gomitolo. Ma il termine giuridico " le causali,
la causale" gli sfuggiva preferentemente di
bocca: quasi contro sua voglia. L'opinione che
bisognasse "riformare in noi il senso della
categoria di causa" quale avevamo dai filosofi,
da Aristotele o da Emmanuele Kant, e sostituire alla
causa le cause era in lui una opinione centrale e
persistente: una fissazione, quasi (...)".
Gli interrogatori che si susseguono diventano
metafora del tentativo di comprendere l'esistenza
che, più elementi si considerano, più diventa
intricata e complessa.
Una vita rappresentata nella sua totalità, nei suoi
diversi piani, caotica, zeppa di dialetti, di gerghi,
di tic personali, di umori, di emozioni, di influenze
regionali, di sentimenti, di pensieri mischiati agli
appetiti dettati dalla fisiologia. Corpo e psiche
vengono appaiati in modo inscindibile nella
rappresentazione dei personaggi. Esperienza e teorie
provenienti dalle più svariate discipline, vengono
mischiate da Gadda per rendere l'inestricabile flusso
vitale.
Il romanzo, da indagine su un omicidio, diventa,
così, investigazione sulla vita e sulla morte,
sull'erotismo e l'interesse, sui ricchi borghesi e su "chi cerca sfangarsela in qualche modo, col primo
espediente scogitato là pe llà, da tante
tribolazioni del vivere". Viene rappresentata la
Roma del Ventennio; il fascismo, sul quale Gadda
ironizza, satireggia, infierisce, fa da bieco sfondo
all'intero intreccio narrativo.
Al di là dei significati del libro e intimamente
legati a questi, colpisce e diverte il lettore
soprattutto lo stile di Gadda, il suo barocchismo che
non è altro che ricchezza lessicale ed espressiva,
la scelta di parole sature di significato, di umori,
di echi gergali o dialettali. Tre sono i dialetti che
affiancano l'italiano nella narrazione della vicenda:
il romano, il molisano, il napoletano, impiegati con
perizia. Il pastiche linguistico di Gadda è
completato da numerosi neologismi.
Le parole, con la loro etimologia complessa e
impastate di vita, influenzano il punto di vista dei
personaggi e non si limitano a indicare le cose, ma
ne esprimono l'essenza.
La complessità del linguaggio impiegato e le
frequenti digressioni rendono la lettura a volte
faticosa ed esigente.
A renderla più gradevole, a stemperare l'amarezza
delle analisi, concorrono l'umorismo, l'ironia, la
comicità, di cui il libro è impregnato.
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