Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Garzanti, 2001

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copertinaPubblicato per la prima volta in volume nel 1957, Il Pasticciaccio è un giallo anomalo. La vicenda prende le mosse da una rapina e da un successivo omicidio, che avvengono nel giro di pochi giorni, nel medesimo piano di un palazzo romano di via Merulana. 

Indagando nella rete delle relazioni sociali intrattenute dalla vittima, Liliana Balducci, orrendamente sgozzata, l'inchiesta si allarga in varie direzioni, senza tuttavia arrivare all'identificazione del colpevole e interessando vari strati sociali, illustrati nel libro con grande forza espressiva. 

Il responsabile delle indagini è il dottor Francesco Ingravallo, altrimenti indicato come don Ciccio Ingravallo, un commissario di origine molisana attraversato da passioni, incertezze, angosce che lo rendono vulnerabile e umano. 

Egli non è il classico detective, sorta di pensatore che scioglie l'enigma di un delitto ricorrendo alle geometriche induzioni e deduzioni del raziocinio. E' invece un uomo immerso nella incoerenza del reale, che cerca tuttavia di afferrare nella sua contraddittoria interezza.

"Sosteneva, fra l'altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l'effetto che dir si voglia d'un unico motivo, d'una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico " le causali, la causale" gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia. L'opinione che bisognasse "riformare in noi il senso della categoria di causa" quale avevamo dai filosofi, da Aristotele o da Emmanuele Kant, e sostituire alla causa le cause era in lui una opinione centrale e persistente: una fissazione, quasi (...)".

Gli interrogatori che si susseguono diventano metafora del tentativo di comprendere l'esistenza che, più elementi si considerano, più diventa intricata e complessa. 

Una vita rappresentata nella sua totalità, nei suoi diversi piani, caotica, zeppa di dialetti, di gerghi, di tic personali, di umori, di emozioni, di influenze regionali, di sentimenti, di pensieri mischiati agli appetiti dettati dalla fisiologia. Corpo e psiche vengono appaiati in modo inscindibile nella rappresentazione dei personaggi. Esperienza e teorie provenienti dalle più svariate discipline, vengono mischiate da Gadda per rendere l'inestricabile flusso vitale. 

Il romanzo, da indagine su un omicidio, diventa, così, investigazione sulla vita e sulla morte, sull'erotismo e l'interesse, sui ricchi borghesi e su "chi cerca sfangarsela in qualche modo, col primo espediente scogitato là pe llà, da tante tribolazioni del vivere". Viene rappresentata la Roma del Ventennio; il fascismo, sul quale Gadda ironizza, satireggia, infierisce, fa da bieco sfondo all'intero intreccio narrativo. 

Al di là dei significati del libro e intimamente legati a questi, colpisce e diverte il lettore soprattutto lo stile di Gadda, il suo barocchismo che non è altro che ricchezza lessicale ed espressiva, la scelta di parole sature di significato, di umori, di echi gergali o dialettali. Tre sono i dialetti che affiancano l'italiano nella narrazione della vicenda: il romano, il molisano, il napoletano, impiegati con perizia. Il pastiche linguistico di Gadda è completato da numerosi neologismi.
Le parole, con la loro etimologia complessa e impastate di vita, influenzano il punto di vista dei personaggi e non si limitano a indicare le cose, ma ne esprimono l'essenza.
La complessità del linguaggio impiegato e le frequenti digressioni rendono la lettura a volte faticosa ed esigente.
A renderla più gradevole, a stemperare l'amarezza delle analisi, concorrono l'umorismo, l'ironia, la comicità, di cui il libro è impregnato.

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Pagina aggiornata il 23.04.01
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