Questo romanzo venne portato
a termine da Broch nel 1945. Narra delle ultime 18
ore della vita di Virgilio. E' un libro di oltre 500
pagine, complicato, suggestivo, tortuoso, difficile,
ricco di simboli, in alcuni passi forse oscuro e
noioso.
E' anche un miracolo lessicale; il linguaggio è
lussureggiante, ma preciso e necessario per
riprodurre la complessa soggettività del poeta, il
fiume di percezioni, riflessioni, sensazioni,
sentimenti, il flusso magmatico della sua coscienza,
registrato e scandagliato da Broch con una
sensibilità moderna.
Per buona parte del libro, Virgilio si dedica a un
lungo soliloquio facendo considerazioni su se stesso
e gli uomini, meditazioni sulla morte, accompagnate
da orrore, miasmi, caos, incubi e angoscia. Sente di
essere venuto meno al suo compito, di avere fallito
nella composizione dell'Eneide, di essere rimasto
alla superficie. Si intrattiene poi, sul letto di
morte, in mirabili dialoghi con gli amici: l'energico
Plozio Tucca, il raffinato Lucio Vario Rufo, il
nobile imperatore Ottaviano Augusto, che cercano di
far recedere Publio Virgilio dall'intento di bruciare
il suo poema.
Dialoghi fra individui superiori, dotati di grandi
qualità, magnanimi e generosi, in cui ogni
personaggio porta una sua verità articolata e ben
argomentata. Si tratta di personaggi ammirevoli, che
possono essere additati come modello per noi
contemporanei squallidamente insulsi, triviali e
senza qualità. In questi dialoghi viene fuori la
grande cultura di Broch, scrittore animato da vasti
interessi, con considerazioni che spaziano dalla
psicologia delle folle, all'architettura, alla
filosofia, all'economia, all'arte. Ho annotato alcune
deliziose citazioni, senza riguardo per chi le
pronuncia:
L'architettura è la testimonianza
dell'aspirazione dell'uomo a vincere il tempo
innalzando l'ordine nello spazio.
La gloria è un ridicolo superamento della
morte.
Solo l'uomo è il depositario del dovere.
L'arte (...), in tutti i suoi campi, (...) è
al servizio della conoscenza ed esprime conoscenza.
Le città sono un vuoto chiacchiericcio
senz'ombra, labile ed effimero.
L'intelletto è capace di creare le proprie
premesse e per conseguenza anche la filosofia è
inetta allo scopo; nessuno è così valido genitore
da farsi avo di sè medesimo.
La conoscenza rimane sempre come dovere, essa
rimane sempre il divino compito dell'uomo.
Chi non è nella conoscenza, deve stordire
nell'ebbrezza il vuoto che è dentro di lui, perciò
anche nell'ebbrezza della vittoria, anche della
vittoria cui si assiste come semplici spettatori.
Sin dalle prime pagine emerge la sfiducia nella
plebe, nel gregge, nel popolo, con i loro disgustosi
appetiti animali e i loro sordidi moventi. Nello
stesso tempo si avverte già il passaggio tra la
fiera cultura pagana e la più gentile e
compassionevole etica cristiana, ravvisabile nelle
parole di Virgilio. Emerge poi un sentimento di
delicata nostalgia nella rievocazione dell'infanzia
del poeta nella campagna di Andes.
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