Hermann Broch, La morte di Virgilio, Feltrinelli, 1993

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copertinaQuesto romanzo venne portato a termine da Broch nel 1945. Narra delle ultime 18 ore della vita di Virgilio. E' un libro di oltre 500 pagine, complicato, suggestivo, tortuoso, difficile, ricco di simboli, in alcuni passi forse oscuro e noioso.

E' anche un miracolo lessicale; il linguaggio è lussureggiante, ma preciso e necessario per riprodurre la complessa soggettività del poeta, il fiume di percezioni, riflessioni, sensazioni, sentimenti, il flusso magmatico della sua coscienza, registrato e scandagliato da Broch con una sensibilità moderna.

Per buona parte del libro, Virgilio si dedica a un lungo soliloquio facendo considerazioni su se stesso e gli uomini, meditazioni sulla morte, accompagnate da orrore, miasmi, caos, incubi e angoscia. Sente di essere venuto meno al suo compito, di avere fallito nella composizione dell'Eneide, di essere rimasto alla superficie. Si intrattiene poi, sul letto di morte, in mirabili dialoghi con gli amici: l'energico Plozio Tucca, il raffinato Lucio Vario Rufo, il nobile imperatore Ottaviano Augusto, che cercano di far recedere Publio Virgilio dall'intento di bruciare il suo poema.

Dialoghi fra individui superiori, dotati di grandi qualità, magnanimi e generosi, in cui ogni personaggio porta una sua verità articolata e ben argomentata. Si tratta di personaggi ammirevoli, che possono essere additati come modello per noi contemporanei squallidamente insulsi, triviali e senza qualità. In questi dialoghi viene fuori la grande cultura di Broch, scrittore animato da vasti interessi, con considerazioni che spaziano dalla psicologia delle folle, all'architettura, alla filosofia, all'economia, all'arte. Ho annotato alcune deliziose citazioni, senza riguardo per chi le pronuncia:

L'architettura è la testimonianza dell'aspirazione dell'uomo a vincere il tempo innalzando l'ordine nello spazio.

La gloria è un ridicolo superamento della morte.

Solo l'uomo è il depositario del dovere.

L'arte (...), in tutti i suoi campi, (...) è al servizio della conoscenza ed esprime conoscenza.

Le città sono un vuoto chiacchiericcio senz'ombra, labile ed effimero.

L'intelletto è capace di creare le proprie premesse e per conseguenza anche la filosofia è inetta allo scopo; nessuno è così valido genitore da farsi avo di sè medesimo.

La conoscenza rimane sempre come dovere, essa rimane sempre il divino compito dell'uomo.

Chi non è nella conoscenza, deve stordire nell'ebbrezza il vuoto che è dentro di lui, perciò anche nell'ebbrezza della vittoria, anche della vittoria cui si assiste come semplici spettatori.

Sin dalle prime pagine emerge la sfiducia nella plebe, nel gregge, nel popolo, con i loro disgustosi appetiti animali e i loro sordidi moventi. Nello stesso tempo si avverte già il passaggio tra la fiera cultura pagana e la più gentile e compassionevole etica cristiana, ravvisabile nelle parole di Virgilio. Emerge poi un sentimento di delicata nostalgia nella rievocazione dell'infanzia del poeta nella campagna di Andes.

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