Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, edizioni E.V., 1993

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copertinaFamoso romanzo del drammaturgo e narratore siciliano, venne pubblicato nel 1904 e più volte ristampato negli anni successivi.

Racconta la storia di Mattia Pascal che, intrappolato in difficili rapporti familiari, angustiato dai dissidi coniugali e dai debiti, si vede prospettare un giorno la possibilità di fingersi morto, quando nelle acque di un vecchio mulino viene ritrovato il cadavere di un suicida, cui viene attribuita, frettolosamente, complice la moglie e la suocera, la sua identità.

All'inizio egli, prendendo l'identità fittizia di Adriano Meis, sembra assaporare l'eccitazione della nuova libertà, riuscendo a mantenersi con una cospicua vincita al casinò di Montecarlo, ma quando, solo e annoiato dai viaggi, invece di osservare gli altri vivere, prende egli stesso l'iniziativa, si innamora (della tenera e sottomessa Adriana) e patisce alcuni affronti (un furto, una sfida a duello), capisce l'impossibilità di vivere fuori dalle leggi e dalle convenzioni che gli uomini si sono dati.
Scopre che fare il morto non è una bella professione.

Decide quindi di farla finita anche con la nuova identità, simulando il suicidio di Adriano Meis nelle acque del Tevere.
Non gli rimane che tornare nei paesi d'origine, Oneglia e Miragno, scoprendo che nessuno lo riconosce più; persino il fratello Berto reagisce inizialmente con la paura non appena se lo trova davanti.

Malgrado siano passati soltanto due anni, la moglie intanto si è risposata con Pomino, un amico d'infanzia di Mattia; hanno avuto già una bambina, conducono una vita normale e tutto sommato serena.
Arrivato con propositi di vendetta, Mattia Pascal ben presto li abbandona, convincendosi della loro inanità; lascia che la moglie e l'amico vivano in pace il loro menage coniugale, si riprende il vecchio posto alla biblioteca e qualche volta visita al cimitero la propria tomba, deponendovi pure dei fiori.

Pirandello inserisce, a conclusione della ristampa del romanzo, un proprio intervento in prima persona, teso a difendere la propria opera e la propria arte dalle accuse di cerebralismo e inverosomiglianza affermando che non solo la vita è più inverosimile della letteratura, ma che è la vita stessa che copia l'arte.

Il tema principale de Il fu Mattia Pascal è ancora quello, così caro a Pirandello, dell'identità.
Fuori dalla legge e fuori di quelle particolarità, liete o tristi che siano, per cui noi siamo noi, caro signor Pascal, non è possibile vivere. Così dice al protagonista il colto sacerdote don Eligio Pellegrinotto, lo stesso che lo consiglierà di scrivere le sue memorie.
E questo mi sembra il succo del libro o, per usare una brutta parola, il messaggio.
Chi non è riconosciuto dalla legge e dalle burocrazie, non esiste. E' il dramma delle società moderne.

La persona che noi rappresentiamo, non è solo una maschera che ci inchioda in un'esistenza che sentiamo inautentica, ingabbiandola, a volte, in un inferno senza vie d'uscita. E' ancora questa maschera che indossiamo nella vita sociale, l'unica che ci permette di dispiegare, pur con le dovute limitazioni, la nostra genuina personalità.
Le convenzioni sociali, storicamente determinate, sono le coordinate che delimitano la nostra esperienza vitale, pur creando un doloroso dissidio tra uomo e società.

Pirandello sembra qui anticipare motivi della psicologia del profondo, junghiana in particolare.
Il suo romanzo, inoltre, mi ha fatto pensare a certi terrificanti incubi burocratici del miglior Kafka.
Altri motivi del romanzo sono l'importanza del caso e dell'assurdità nel condizionare l'esistenza dell'individuo (è impossibile volere estrarre la logica dal caso, come dire il sangue dalle pietre) e la crisi dell'uomo che, dopo le teorie di Copernico, non è più al centro dell'universo (Copernico, Copernico, don Eligio mio, ha rovinato l'umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell'infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell'Universo... Storie di vermucci ormai, le nostre).
Certa critica contemporanea (De Rienzo, 1997), considera il Mattia Pascal, il primo romanzo esistenzialista italiano.

La narrazione è condotta in prima persona dal protagonista stesso e molte sono le digressioni che egli fa sulla tecnica da usare nella stesura delle sue memorie, così da poter parlare di metaromanzo (Cudini, 1999)
Mi è sembrato, che, al di là delle profondità filosofiche, il romanzo abbia un intreccio suggestivo, che avvince il lettore al libro, con momenti di pura suspense, come ad esempio quando Mattia Pascal fa il suo ritorno a casa.
Naturalmente non mancano l'ironia, la comicità e l'umorismo pirandelliani.

Dal punto di vita stilistico, trovo la scrittura di Pirandello piacevole e asciutta, lessicalmente ricca senza essere barocca, che, se da un lato non indulge a preziosismi letterari, dall'altro assume spesso il carattere del parlato, del colloquiale, del conversazionale, consentendo alla narrazione una fluidità ammirevole e innovativa.
Pur avendo l'opera di Pirandello un respiro internazionale, i suoi romanzi mi sembrano riflettere alcune caratteristiche nazionali, che ci permettono di capire meglio il Paese in cui viviamo.

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*Dal romanzo di Pirandello è stato tratto dal regista M. L'Herbier il film dall'omonimo titolo (VHS, 2000)

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