"Mamma, perché invece di papà non hai sposato Corso?", questa era la domanda che, bimbetto di sette-otto anni, rivolgevo a mia madre, mentre sbrigava le faccende di casa. Un modo di elaborare il mio complesso di Edipo. E pensare che la predilezione per Corso, di cui possedevo un poster quasi ad
altezza naturale, me l'aveva instillata proprio mio padre, che considerava il veronese il miglior giocatore del mondo.
Perché i veneti (il babbo era patavino) hanno questo orgoglio, di considerarsi i migliori in ogni campo. Per mio padre, Corso era un regista, il migliore in circolazione. Oggi leggo giudizi tecnici che lo definiscono un trequartista, un attaccante, ma in verità Corso non aveva la velocità e lo scatto brillante della mezza punta, era quanto di più lontano da Roberto Baggio (altro veneto) si possa immaginare. Calzettoni arrotolati sotto il polpaccio, pancetta commendatoriale, aria svagata, Corso sembrava rallentare il gioco, mentre inopinatamente trovava il geniale passaggio risolutivo per la punta, o si avventurava al tiro dopo un improbabile dribbling.
Nei derby col Milan si scatenava e proprio contro i rossoneri, nelle partite quindi fondamentali, ha concentrato
molti dei suoi non numerosi gol con la maglia dell'Inter.
Celebri le sue micidiali punizioni a foglia morta, che lasciavano basito il portiere
della squadra avversaria. Aveva un solo piede, il sinistro, però raffinatissimo, tanto che il suo nome di battaglia era "il piede sinistro di Dio".
Atipico, fuori dagli schemi, estroso anche nel carattere, Corso non piaceva a Helenio Herrera,
l'allenatore giramondo dell'Inter mondiale, che tutti gli anni pregava Angelo Moratti di cederlo. Ma il presidente e i tifosi lo amavano, per cui Corso restò per quasi tutta la carriera in nerazzurro e, appesi gli scarpini al chiodo,
fece ritorno all'Inter in qualità di allenatore e di dirigente.
Conquistò con il club milanese 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2
Coppe Intercontinentali.
Trascurato dai commissari tecnici, che gli preferirono Rivera e Mazzola, Corso giocò poche partite in
azzurro, rispetto al suo indiscutibile valore: 23 (4 reti) in Nazionale
A, 5 (1 rete) in Nazionale B, 3 in Nazionale giovanile.
Stimatissimo da Pelè, che lo avrebbe voluto come compagno di squadra, Pasolini lo definì il poeta maudit del calcio.