"Questo
estraneo alla città è il cittadino per eccellenza"
Italo Calvino
Marcovaldo fa il manovale, è uomo di fatica alla ditta Sbav, che non si sa bene cosa produca, ma che
rappresenta il prototipo dell'azienda contemporanea.
Marcovaldo ha una moglie, Domitilla, e sei figli. Egli vive la città con disagio:
"Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l'attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto".
Soltanto i fenomeni naturali, dei funghi che crescono ai piedi degli
alberi, una pianta da appartamento da curare, un corso d'acqua, una colonia di gatti, il cielo stellato, sembrano
destare il suo interesse. Infatti, aveva Marcovaldo questa peculiarità:
"... una foglia che ingiallisce su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggivano mai: non c'era tafano sul dorso di un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua esistenza".
Le coordinate entro cui si svolge l'esistenza di Marcovaldo sono costituite dall'affitto da pagare, i debiti, il peso della famiglia,
"la paga oraria del salario contrattuale, la contingenza, gli assegni familiari e il
carovita". Le cose di tutti i giorni gli appaiono spigolose e ostili.
Dominano sul mondo degli uomini le regole economiche, il profitto, il calcolo, il fatturato, i dividendi, i Consigli di amministrazione. Le persone e le merci sono divenute intercambiabili. Il lavoro è ripetitivo, nevrotizzante e privo di significato. I cibi sono contraffatti, le acque dei fiumi avvelenate. Il consumismo parossistico celebra i propri riti nel tempio
dei supermarket, mentre la pubblicità intasa la cassetta della posta.
Pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1963, Marcovaldo appartiene
sia alla letteratura per ragazzi che alla cosiddetta letteratura dell'alienazione. Il libro è composto da venti novelle,
alcune già apparse negli anni Cinquanta sull'Unità, che si succedono seguendo l'alternarsi delle stagioni. Ogni capitolo è una stazione della via crucis comico-ironica, ma anche malinconica, che Marcovaldo,
redivivo Buster Keaton, è costretto ad affrontare nello svolgersi della sua esistenza quotidiana.
Marcovaldo è la parodia del contadino inurbato nella metropoli industriale, dell'uomo
massa nelle società a capitalismo avanzato. Egli, in un mondo ormai meccanico ed
estraniato, ha conservato delle pulsioni naturali, delle aspirazioni umane, che, tuttavia, non riusciranno a salvarlo. Scrive infatti Calvino nella presentazione:
"L'uomo contemporaneo ha perduto l'armonia tra sé e l'ambiente in cui vive, e il superamento di questa disarmonia è un compito arduo, le speranze troppo facili e idilliche si rivelano sempre
illusorie". Inutile, dunque, voltarsi indietro, vagheggiare un'età dell'oro e
dell'innocenza che non sono mai esistite. Indietro, ci suggerisce Calvino, non si torna.
Lo stile di Calvino è quello solito: linguaggio asciutto ed esatto, del tutto alieno
da registri aulici. Lo scrittore mette in mostra, in alcune pagine, la propria perizia botanica, non come erudizione fine a se stessa, ma come mezzo per rendere il mistero e la bellezza della natura.
Il tono poetico-rarefatto, usato nelle descrizioni della natura, si alterna al prosastico-ironico usato nel ritrarre la vita urbana contemporanea.
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