"Pareva
a Silla che se fosse possibile rappresentare una generazione con un
uomo solo, come altri ha fatto per la umanità intera, la generazione
presente verrebbe raffigurata in un uomo colto, acuto di mente e basso
di animo, attivo, ambizioso, doppio, sensuale senza passione, forte di
molta fede in se stesso, vantatore, malato d'umori vaganti che lo
molestano sempre a fior di pelle e talvolta gli minacciano i visceri".
Nell'ala
più tenebrosa del palazzo del conte Cesare d'Ormengo, vive la nipote
Marina, una ragazza languida, esuberante, enigmatica, seducente.
Tra il conte e la nipote esiste un'aperta ostilità, un'irriducibile
inconciliabilità di carattere.
Per un segno del destino, un giorno Marina scopre nel suo appartamento,
dentro a un antico stipo, un biglietto, scritto di suo pugno dalla prima
moglie del padre del conte Cesare, Cecilia Varrega, la nonna di Marina, tenuta segregata
dal marito nel palazzo
sino a morirne.
Da quel giorno Marina Crusnelli di Malombra si identifica con la progenitrice perseguitata
e cerca di attuarne la vendetta.
Conosce a palazzo un giovane, un animo nobile con aspirazioni letterarie, Corrado Silla, trattato con grande affetto dal conte,
che ne ha conosciuto la madre, ormai morta e che
l'ha chiamato presso di sé per assegnargli un incarico letterario-scientifico ben
retribuito.
Tra Corrado e Marina nasce un'attrazione, ma i due, orgogliosi,
finiscono col respingersi e Silla, arrabbiato, fa ritorno a
Milano.
Pochi giorni dopo giungono in visita a palazzo, da Venezia, i Salvador, madre e
figlio. Il giovane Nepo Salvador corteggia Marina, sperando in una ricca
dote. La madre, la contessa Fosca, sostiene i maneggi del figlio, per
puro interesse economico. Nepo, tuttavia, goffo e vanesio, finisce per
subire il fascino della marchesina, che, invece, si prende gioco di lui,
promettendogli di sposarlo.
A Milano, intanto, Silla conosce Edith, la figlia adorata del
segretario del conte Cesare, Steinegge. Edith è dolce e pura, animata
da sentimenti religiosi e da amore filiale. Ritrova il padre dopo lunghi
anni di dolorosa separazione.
Edith, suo malgrado, rimane affascinata da Silla, il quale, pure, è
attratto dalla ragazza.
All'improvviso, un telegramma a firma Cecilia richiama Silla a palazzo: il conte sta
male; qualcuno dice che sia già morto. Silla accorre; il conte Cesare
ha avuto un attacco di apoplessia ed è agonizzante.
Un frate chiamato al suo capezzale, padre Tosi, un valente medico oltre
che religioso, insinua il sospetto che il conte
sia stato ucciso deliberatamente da qualcuno che l'ha sottoposto a una
intensa emozione.
Marina, in preda al delirio, confessa di essersi palesata al conte come
Cecilia e di aver perpetrato la sua agognata vendetta contro la odiata
stirpe degli Ormengo.
Mandato a monte il matrimonio con Nepo Salvador, Marina-Cecilia
circuisce Silla, che ne subisce il misterioso fascino.
Secondo i frequentatori del palazzo, Marina è una pazza che soffre
di allucinazioni, che va allontanata al più presto e curata.
Il conte
muore.
Silla, consigliato dal commendator Vezza, esecutore testamentario
del conte Cesare, prende la sofferta risoluzione di allontanarsi dal
palazzo. Marina-Cecilia, sentendosi tradita da quello che considera il
suo amante e il suo strumento di vendetta, lo uccide con un colpo di
pistola e poi si suicida nelle acque del lago, dopo una disperata fuga.
Saputo della morte di Silla, Edith, che ne era innamorata (e
corrisposta), si dispera, ma la fede in Dio la salverà.
Questo, a grandi linee, l'intreccio di un romanzo complesso e
avvincente, il primo di Fogazzaro, ormai quarantenne, che fu pubblicato nel 1881, l'anno dell'uscita de I Malavoglia di Verga.
In Malombra sono riconoscibili alcuni stilemi del decadentismo:
il misticismo, lo spiritismo, l'atmosfera sensuale al limite di un
estenuato erotismo, la reazione al positivismo.
Interessante il
personaggio di Corrado Silla, in cui l'autore sembra avere messo
tratti autobiografici.
Considerato dai parenti un ozioso perché si occupa di cose letterarie
e non di commerci, Silla è ardente, di nobili sentimenti, di alto
volere, ma si sente perseguitato dalla sfortuna e dai suoi simili, che non ne
riconoscono il valore.
È "inetto a vivere", come affermerà egli stesso, il
primo della letteratura italiana; con lui "comincia la
malattia morale del decadentismo, quella che mette capo a Borgese e
Moravia", come ha fatto osservare Momigliano.
Personaggio attuale, egli anticipa le crisi dell'individuo
novecentesco.
Steinegge, Edith e don Innocenzo, con i loro dialoghi
permettono di sviscerare il tema religioso sempre ben presente in
Fogazzaro. La loro tensione morale, la loro serenità sembrano
indicare al lettore che la fede è la più grande risorsa di cui
dispone l'individuo per superare le avversità e i dolori della vita.
Personaggio
affascinante, il conte Cesare, scettico e solitario, rappresenta l'integrità morale, la
serietà, l'austerità di un mondo, quello dell'aristocrazia, ormai
avviato al tramonto.
Marina è uno
dei personaggi femminili meglio riusciti della letteratura italiana,
dotata di una bellezza conturbante e perversa.
Fogazzaro sa
rendere con liricità la bellezza del paesaggio, la calma del lago, la
spiritualità delle montagne, la vegetazione descritta con precisione
botanica in un trionfo di noci,
roveri, frassini, ulivi, platani, cipressi, viti, gelsi, abeti e
pioppi.
L'ambientazione del romanzo, come sempre in Fogazzaro, è aristocratica
e alto-borghese; per ritrarre la piccola
gente, gli umili, la servitù, lo scrittore adotta, sapientemente,
ma con un certo distacco, il
registro comico.
Non manca, nel romanzo, la mondanità, con le sue fatue
passioni, con gli intrighi amorosi, con gli stanchi piaceri. La sua
rappresentante, nel romanzo è Giulia De Bella, l'amica di Marina
E soprattutto, fa capolino la folla delle città, grande protagonista
di tutto il Novecento. Sulla folla e sulle forze che tengono avvinti
gli individui, Fogazzaro scrive delle belle e sensuali pagine, come,
per esempio:
"La striscia nera della gente a piedi moveva lenta,
assaporando l'ora dolce, l'aria pura, odorata di primavera e di
eleganza, il rumor soffice delle carrozze, musica della ricchezza
indolente, piena d'immagini tentatrici. E le signore, negli equipaggi
di gala, passavano e ripassavano sotto la nebbia verdognola dei grandi
platani, come Dee infingarde, fra gli sguardi ardenti, la curiosità
invidiosa del pubblico, blandite da questi acri vapori d'ammirazione,
fiso l'occhio al di sopra di essi, in qualche invisibile. Quel moto
lento e molle, quella stanca inquietudine umana pareano consentire col
nuovo turbamento, con le nascenti passioni della terra.
Alcune
note sul linguaggio: Fogazzaro è uno scrittore lombardo-veneto, che
nei dialoghi ricorre spesso al dialetto. La sua tecnica narrativa
ricorre con perizia al discorso indiretto libero.
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