Il turbocapitalismo
destabilizza la società e produce disoccupazione e
criminalità.
Finisce poi col determinare altri gravissimi danni in
quelle nazioni che non hanno una legislazione matura,
collaudata, che difenda anche i deboli, destinati
oramai a rappresentare la grande massa di cittadini
della società affluente.
Se il pensiero unico ci aveva indotto a pensare
che il capitalismo fosse fondamentalmente buono ("Allo
stato attuale il fior fiore degli americani pressoché al completo, con presidenti di azienda ed
economisti alla moda in testa a tutti, è intimamente
convinto di avere scoperto la formula del successo
economico, l'unica formula, valida per tutti i paesi,
ricchi o poveri valida per tutti gli individui
disponibili ad accogliere il messaggio e, inutile
dirlo, valida per gli americani d'elite:
PRIVATIZZAZIONE + LIBERALIZZAZIONE + GLOBALIZZAZIONE
= TURBOCAPITALISMO = PROSPERITA'"), ci pensa
Luttwak a dissuaderci, mettendoci in guardia dalle
mistificazioni dei potenti e sollevando il velo su
soprusi, oppressioni, insicurezze, abusi, frodi,
corruzioni, solitudini, malfunzionamenti.
Il quadro che traccia Luttwak riempie il lettore di
disperante angoscia. E, per giunta, ci dice Luttwak,
con l'andare ben oltre una calibrata distruzione
creatrice, non è neppure vero che il
turbocapitalismo premi i migliori: Persone
abituate a rischiare e a non farsi troppi scrupoli:
sono proprio costoro a trarre profitto dal
turbocapitalismo, più di chiunque altro.
Dico subito che il libro di Luttwak mi è
piaciuto, documentato, chiaro, rigoroso, scritto da
un commentatore, da uno studioso, fra i più
preparati ed intelligenti del panorama
internazionale. Tuttavia alcune sfumature del testo
di Luttwak mi hanno lasciato perplesso. Per esempio
quando rimpiange un certo tipo di capitalismo
controllato, che secondo me reprimeva i desideri di
ascesa sociale di larghi strati della popolazione,
provocando frustrazioni, immobilismo e inefficienza.
Mi sembra, inoltre, francamente esagerato indicare il
capitalismo italiano, come fa Luttwak, come un
modello ideale. La nostalgia per i negozietti
sottocasa, la vita di quartiere, le scomodità e le
sgradevolezze dell'inefficienza non è sentimento che
mi sento di condividere. Anche il rigido determinismo
con cui il politologo americano stabilisce la
relazione fra capitalismo e criminalità, mi lascia
perplesso. Come non mi trovano convinto le critiche
feroci alla terza via di Blair.
Condivido invece l'idea di fondo di Luttwak, che
il capitalismo debba essere in qualche modo
controllato, che i poteri necessitino di contrappesi giuridici, che il liberismo selvaggio sia una forma
di totalitarismo pericoloso alla pari del comunismo
sovietico, che l'economia debba servire l'uomo e la
società e non viceversa.
I
libri di Edward L. Luttwak