Edward N. Luttwak, La dittatura del capitalismo, Mondadori, 1999

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copertinaIl turbocapitalismo destabilizza la società e produce disoccupazione e criminalità.
Finisce poi col determinare altri gravissimi danni in quelle nazioni che non hanno una legislazione matura, collaudata, che difenda anche i deboli, destinati oramai a rappresentare la grande massa di cittadini della società affluente.

Se il pensiero unico ci aveva indotto a pensare che il capitalismo fosse fondamentalmente buono ("Allo stato attuale il fior fiore degli americani pressoché al completo, con presidenti di azienda ed economisti alla moda in testa a tutti, è intimamente convinto di avere scoperto la formula del successo economico, l'unica formula, valida per tutti i paesi, ricchi o poveri valida per tutti gli individui disponibili ad accogliere il messaggio e, inutile dirlo, valida per gli americani d'elite: PRIVATIZZAZIONE + LIBERALIZZAZIONE + GLOBALIZZAZIONE = TURBOCAPITALISMO = PROSPERITA'"), ci pensa Luttwak a dissuaderci, mettendoci in guardia dalle mistificazioni dei potenti e sollevando il velo su soprusi, oppressioni, insicurezze, abusi, frodi, corruzioni, solitudini, malfunzionamenti.
Il quadro che traccia Luttwak riempie il lettore di disperante angoscia. E, per giunta, ci dice Luttwak, con l'andare ben oltre una calibrata distruzione creatrice, non è neppure vero che il turbocapitalismo premi i migliori: Persone abituate a rischiare e a non farsi troppi scrupoli: sono proprio costoro a trarre profitto dal turbocapitalismo, più di chiunque altro.

Dico subito che il libro di Luttwak mi è piaciuto, documentato, chiaro, rigoroso, scritto da un commentatore, da uno studioso, fra i più preparati ed intelligenti del panorama internazionale. Tuttavia alcune sfumature del testo di Luttwak mi hanno lasciato perplesso. Per esempio quando rimpiange un certo tipo di capitalismo controllato, che secondo me reprimeva i desideri di ascesa sociale di larghi strati della popolazione, provocando frustrazioni, immobilismo e inefficienza.
Mi sembra, inoltre, francamente esagerato indicare il capitalismo italiano, come fa Luttwak, come un modello ideale. La nostalgia per i negozietti sottocasa, la vita di quartiere, le scomodità e le sgradevolezze dell'inefficienza non è sentimento che mi sento di condividere. Anche il rigido determinismo con cui il politologo americano stabilisce la relazione fra capitalismo e criminalità, mi lascia perplesso. Come non mi trovano convinto le critiche feroci alla terza via di Blair.

Condivido invece l'idea di fondo di Luttwak, che il capitalismo debba essere in qualche modo controllato, che i poteri necessitino di contrappesi giuridici, che il liberismo selvaggio sia una forma di totalitarismo pericoloso alla pari del comunismo sovietico, che l'economia debba servire l'uomo e la società e non viceversa.

I libri di Edward L. Luttwak

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Pagina aggiornata il 13.11.00
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