I sette Lidi di Comacchio
distano da Ferrara più di 50 chilometri, eppure
rappresentano per i ferraresi, e non solo per quelli
della città, il mare tout court. Quando tra amici
ci si chiede: "Vat al mar?", la destinazione è
implicita: Lido degli Estensi, Lido di Spina, Lido delle
Nazioni, oppure, ma più di rado, Portogaribaldi, Lido
degli Scacchi, Lido di Pomposa, o Lido di Volano, il più
a nord dei sette, sicuramente il più selvaggio, forse il
più suggestivo.Per chi è vissuto per lungo tempo in
un paesino di neanche mille anime, come me, in mezzo ad
una pianura piatta e agorafobica, - la stessa che si
percorre per chilometri e chilometri durante il tragitto,
fra campi di barbabietole, mais, grano, interrotti da
qualche isolata casa colonica, ideale rifugio, diresti,
per ebefrenici personaggi faulkneriani o per menti capaci
di riscrivere i Karamazov -, il mare assume reconditi significati simbolici.
Intanto il paesaggio, quella massa blu che appare
all'improvviso, fa sì che raggiungere il mare
costituisca un vero e proprio viaggio: si cambiano clima,
orizzonti, vegetazione, si vedono i gabbiani; si avverte,
già poco dopo Comacchio, l'odore salmastro e pungente di
acqua e di pesce.
Il sole, più penetrante, pizzica la pelle.
Gli abitanti stessi della zona sono diversi da noi
dell'entroterra, non sono emiliani.
Come scrive Piovene nel suo Viaggio in Italia, i
comacchiesi sono discendenti di un'altra razza. La loro
lingua è particolare, come il temperamento.
La mia infanzia e l'adolescenza sono state accompagnate da aneddoti, leggendari, mitologici, sulle risse, gli
scontri, le scazzottate, l'antagonismo tra ferraresi
e comacchiesi. Bar e campi di calcio diventavano epici
scenari omerici o western.
Si andava al mare rigorosamente d'estate, salvo
qualche incappottata gitarella invernale con la morosa
del momento.
E proprio questa cadenza annuale, di solito stipati in
torride utilitarie marca Fiat, un esplosivo mischiarsi di
asciugamani colorati, ormoni e afrori giovanili,
trasformava le uscite al mare in occasione di bilanci
esistenziali.
Nelle pause di silenzio, fra battute prevedibili e
conversazioni fitte di ovvietà, ciascuno di noi aveva
l'opportunità di tirare le somme di un'esistenza
desolatamente in passivo.
E la vista della nuova ragazza dell'amico, i successi
scolastici o professionali del conoscente, rendevano il
computo ancor più disperato e malinconico.
Ma il mare era soprattutto il luogo dell'eros, la zona
dove prendevano vita i nostri demoni del meriggio, lo
spazio dove regnava il principio del piacere.
La mia prima, forte emozione sessuale l'ho provata vedendo una bella ragazza in bikini.
E quell'esposizione di carni giovani e tornite, di quei
glutei che si offrivano allo sguardo, perfetti come idee
platoniche, incendiavano la nostra fantasia di
sottoproletari cui il bene che difettava maggiormente non
era il pane.
Difficile che il nostro immaginario non fosse plasmato da
quelle precoci esperienze, forti come un imprinting.
Si fantasticava su quali conquiste, su quali sibaritici
piaceri si sarebbe deliziata la nostra vita, soltanto se
si avesse avuto più tempo libero dalla scuola, dagli
esami, dal lavoro. Se soltanto si fosse posseduta un'auto
sportiva o un solido conto in banca.
E la bellezza ideale e vitale di quei corpi perfetti di
indifferenti adolescenti della piccola e media borghesia,
espressione di un benessere appena raggiunto ma già
solido, villetta di proprietà e inappuntabile posizione
sociale, contrastava, oltre che con i nostri selvaggi e
trasgressivi appetiti anche col paesaggio circostante,
anch'esso selvatico, primordiale, incantevole.
I comacchiesi non sono come i romagnoli, sono pescatori,
non albergatori; trattano i loro lidi con noncuranza e i
turisti con diffidenza; le strade possono essere piene di
buche, i marciapiedi inagibili, i servizi lasciare a
desiderare.
Ma è proprio questo il fascino dei Lidi: il contrasto fra
la bellezza e la laidezza, fra la regola e la
trasgressione, fra la civiltà e la barbarie. Un
contrasto a volte a tinte forti, più spesso sottile e
sfumato.
Come quando, perdendosi fra rare strade pressoché prive
di indicazioni, che tagliano distese di campi deserti, si
distingue all'improvviso all'orizzonte il campanile
dell'Abbazia di Pomposa, il bellissimo monastero che ha
dato i natali alla musica.
Si ha la chiara percezione che, qui, Storia e Natura si
compenetrino.