Carlo Levi, L'orologio, Einaudi, 1989

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copertina"Ecco: i due veri partiti che, come direbbero nel Mezzogiorno, si lottano, le due civiltà che stanno di fronte, le due Italie, sono quella dei 'Contadini' e quella dei 'Luigini'".

"[...] Ebbene: chi sono i Contadini? Sono prima di tutto i contadini: quelli del Sud, e anche quelli del Nord: quasi tutti; con la loro civiltà fuori del tempo e della storia, con la loro aderenza alle cose, con la loro vicinanza agli animali, alle forze della natura e della terra, con i loro dèi e i loro santi, pagani e pre-pagani, con la loro pazienza e la loro ira. [...] Ma non sono soltanto i contadini. Sono anche, naturalmente i baroni [...], quelli veri, con il castello in cima al monte: i baroni contadini. [...] E poi ci sono gli industriali, gli imprenditori, i tecnici: soprattutto quelli della piccola e media industria, e anche qualcuno della grande: non quelli che vivono di protezioni, di sussidi, di colpi di borsa, di mance governative, di furti, di favoritismi, di tariffe doganali, di contingenti, di diritti di importazione, di privilegi corporativi. Gli altri, quelli che sanno creare una fabbrica, quel poco di borghesia attiva e moderna che, malgrado tutto, c'è ancora nel nostro paese, per quanto possa sembrare un anacronismo. E anche gli agrari, magari i grossi proprietari di terre, ma quelli che sanno dirigere una bonifica, ridare una faccia alla terra abbandonata e degenerata. [...] E gli operai, [...] la grande massa operaia abituata all'ordine creativo della fabbrica, alla disciplina volontaria, al valore che sta nelle cose. Non importa come la pensino, in quale partito siano organizzati: sono Contadini anche loro, e non solo perché vengono dalla campagna; ma perché, su un altro piano, hanno la stessa sostanza: la natura per loro non è più la terra, ma sono torni, frese, magli, presse, trapani, forni, macchine; con questa natura di ferro, sono a contatto diretto, e ne fanno nascere le cose, e la speranza e la disperazione, e una visione mitologica del mondo. Sono Contadini tutti quelli che fanno le cose, che le creano, che le amano, che se ne contentano. Sono Contadini anche gli artigiani, i medici, i matematici, i pittori, le donne, quelle vere non quelle finte. Infine, siamo Contadini noi: [...] quelli che si usano chiamare, con una parola odiosa, gli "intellettuali"[...].  [...] quelli che io definisco Contadini sarebbero i produttori: e se vi piace, usate pure questo termine".

"E i Luigini, chi sono? Sono gli altri. La grande maggioranza della sterminata, informe, ameboide piccola borghesia, con tutte le sue specie, sottospecie e varianti, con tutte le sue miserie, i suoi complessi d'inferiorità, i suoi moralismi e immoralismi, e ambizioni sbagliate, e idolatriche paure. Sono quelli che dipendono e comandano; e amano e odiano le gerarchie, e servono e imperano. Sono la folla dei burocrati, degli statali, dei bancari, degli impiegati di concetto, dei militari, dei magistrati, degli avvocati, dei poliziotti, dei laureati, dei procaccianti, degli studenti, dei parassiti. Ecco i Luigini. Anche i preti, naturalmente, per quanto ne conosca molti che credono a quello che dicono [...]. E anche gli industriali e commercianti che si reggono sui miliardi dello Stato, e anche gli operai che stanno con loro, e anche gli agrari e i contadini della stessa specie. [...] Poi ci sono i politicanti, gli organizzatori di tutte le tendenze e qualità [...]. Ce li metto tutti: comunisti, socialisti, repubblicani, democristiani, azionisti, liberali, qualunquisti, neofascisti, di destra e di sinistra, rivoluzionari o conservatori o reazionari che siano o pretendano di essere. E aggiungete infine, per completare il quadro, i letterati, gli eterni letterati dell'eterna Arcadia [...]. [...] i Luigini sono la maggioranza. [...] Sono di più, ma non molto, per ragioni evidenti. [...] perché ogni Luigino ha bisogno di un Contadino per vivere, per succhiarlo e nutrirsene, e perciò non può permettere che la stirpe contadina si assottigli troppo. [...] I Luigini hanno il numero, hanno lo Stato, la Chiesa, i Partiti, il linguaggio politico, l'esercito, la Giustizia e le parole. I Contadini non hanno niente di tutto questo: non sanno neppure di esistere, di avere degli interessi comuni. Sono una grande forza che non si esprime, che non parla. Il problema è tutto qui".

Difficile descrivere la trama di un libro dove a dominare, oltre alle idee, - si tratta infatti di un romanzo-saggio -, sono le atmosfere, le sensazioni, la variegata soggettività del protagonista, che è anche la voce narrante.

C'è, soprattutto, nel romanzo di Levi,  pubblicato nel 1950, la rappresentazione dell'entusiasmo, della felicità, della speranzosa attesa, che permeano l'Italia dell'immediato dopoguerra, ma anche il profilarsi di un restaurato conformismo, contraddistinto dall'immobilismo della burocrazia e da una classe politica che ha una visione astratta dei problemi, che si occupa principalmente di piccolo cabotaggio, di manovre, di intrighi, di astuzie, di tattiche, di strategie estranee alle passioni e ai bisogni reali degli uomini.

Nell'aria aleggiano parole nobili e dolci come democrazia, socialismo, libertà, potere alle masse, ma appaiono come prive di sostanza, senza nerbo. Una nazione, l'Italia, dove i produttori vengono sfruttati da una maggioranza di parassiti, con una capitale, Roma, torpida, indifferente, capace soltanto di ostacolare il progresso, di trasformare le cose in parole.

A parte alcuni discorsi protoleghisti, il lettore può cogliere delle analogie tra la situazione dell'Italia di allora e quella attuale. E scopre che, anche nell'Italia del dopoguerra, si paventava una regressione al municipio e al campanile, mentre si sperava in una eventuale Europa Unita, che ci avrebbe liberato finalmente dal "vecchiume e dal parassitismo". Una perdurante attualità, dunque, e una capacità di leggere la realtà italiana, che conferiscono al romanzo di Carlo Levi il rango di piccolo classico.

C'è naturalmente dell'altro nel libro: la redazione scalcinata di un giornale romano di sinistra, di cui il protagonista è nominato direttore; le difficoltà economiche, le apatie dei redattori, ma anche il febbrile lavoro notturno, il sapiente gioco di squadra, che consentono il miracolo quotidiano della stampa del giornale. L'amicizia fra intellettuali, tra borghesi, forse i veri protagonisti del romanzo, fatta di slanci, di affinità, ma anche di distanza critica. 
Le vivaci e saltellanti jeep, gradita eredità dei soldati Alleati, il pullulare della gente per le strade, con la rinascita dei commerci, le periferie devastate e infestate dai topi, le squallide o pittoresche camere di improbabili alberghi. I briganti che assalgono le vetture durante il loro tragitto. Napoli e la sua plebe, caratterizzata da una miseria picaresca e vitale.

C'è innanzitutto Roma, amata e odiata, di cui Levi ci restituisce abilmente i quartieri e gli ambienti, con gli esterni solari e pieni di una luce quasi gaia e gli androni e le scale bui e miserabili..

Sia all'inizio che alla fine del romanzo compare un orologio, dono di una persona cara. All'inizio, dopo un sogno premonitore, al protagonista si rompe l'orologio da tasca, un cronometro Omega, che non perdeva un secondo, regalatogli dal padre in occasione del conseguimento della laurea. Nel finale, l'orologio funzionante, ancora un Omega da medico, è il dono dell'appena defunto zio Luca, psichiatra e biologo, amato dal protagonista, che gli deve parte della sua formazione umana e intellettuale.
Sull'evidente simbolismo dell'orologio lascio ai critici la parola definitiva.
Lo scrittore stesso ci fornisce, nei primi capitoli, un'importante traccia: 
"Tutti questi orologi da tasca, grandi, pesanti, in un certo modo solenni, e un poco antiquati [...], hanno una loro storia, familiare e paterna. È raro che se ne faccia acquisto per il proprio uso. Essi sono quasi sempre un regalo, e un regalo importante, del Padre, o del Nonno, o dello Zio, in una occasione importante, nel momento più decisivo della vita, quello in cui il giovane entra nel mondo, acquista la sua autonomia, si stacca dal passato, dalla sicurezza indistinta del tepido clan familiare, per cominciare a percorrere il proprio tempo personale".

Lo stile di Levi è terso e levigato da una rigogliosa punteggiatura. La crisi e la fatica della ricostruzione nel dopoguerra italiano, all'epoca della caduta del governo Parri, sono descritti da un raffinato ed elegante intellettuale, spesso con accenti decisamente e piacevolmente lirici.

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Pagina aggiornata il 29.02.04
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